Il marchese di Montespan

Forse la più celebre delle innumerevoli amanti di Luigi XIV, Françoise-Athénaïs de Rochechouart de Mortemart, marchesa di Montespan, fu una donna bellissima e affascinante che, dal 1667 al 1691 circa (tanto durò la sua relazione col Re Sole, cui diede ben sette figli), dettò legge a Versailles, fu adulata e blandita da schiere di cortigiani, visse nel lusso più sfrenato vedendo soddisfatto ogni suo capriccio, per poi cadere rovinosamente in disgrazia ed essere soppiantata dalla nuova favorita, e morire dimenticata ed evitata da tutti. Sono vicende molto note e narrate dai memorialisti più salaci del tempo, Saint-Simon, Madame de Sévigné, de Bussy-Radulin, ecc.

Questo romanzo (?) di Jean Teulé, invece, sceglie di non concentrarsi direttamente su splendori, scandali e intrighi della corte, ma di guardare alla vicenda dalla prospettiva del terzo lato del triangolo, ovvero del legittimo marito dell’amante reale, il marchese di Montespan.
Louis Henri de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, fu una figura alquanto singolare per quei tempi: innamoratissimo della moglie, invece di fare come tutti e abbozzare o godersi quel che poteva ricavare, in denaro, titoli e favori, dalla sua condizione di marito cornuto, osò protestare pubblicamente e anche pittorescamente e platealmente contro l’abuso e la prepotenza del sovrano, mettendo in scena piazzate clamorose e non prive di originalità, come la volta memorabile in cui si presentò a corte in una carrozza sormontata da grosse corna, vestito completamente a lutto perché, come non ebbe timore di dire in faccia al re, il suo amore era stato “ucciso da una canaglia”.
Eppure, nonostante i continui dileggi di cui era vittima (Molière si fece beffe di lui nella commedia Anfitrione), le persecuzioni e i tentativi di rovinarlo, come anche, di contro, le continue offerte di denaro e titoli per metterlo a tacere, egli, dai suoi isolati possedimenti sui Pirenei dove si era ritirato con i figli, non smise mai, mai, mai di amare teneramente la moglie, di aspettare fiducioso il suo ritorno, di giustificarla e difenderla in tutti i modi.

A questa figura donchisciottesca di nobile (in senso proprio e figurato) “perdente”, malato d’amore, nel suo piccolo ribelle, che osò pensare di mettere in dubbio l’autorità assoluta del sovrano sulla vita pubblica e privata dei suoi sudditi, portatore di valori diametralmente opposti a quelli imperanti all’epoca, è dedicato appunto questo libro. La prima parte racconta l’incontro, il colpo di fulmine e le nozze-lampo tra Louis-Henri e Françoise, la vita dei due sposini, squattrinati e indebitati ma innamoratissimi, la nascita dei due figli. Finché, di ritorno da una spedizione militare che l’ha tenuto lontano da casa molti mesi, Louis-Henri ritrova la moglie incinta per la terza volta, stavolta però di un uomo che non può essere lui. Mentre a questo punto Françoise scompare dalla scena, “risucchiata” da quell’“universo parallelo” completamente avulso dalla realtà del resto della Francia (e dei suoi abitanti ridotti allo stremo e alla fame) che è Versailles, e di lei veniamo a sapere solo attraverso gli innumerevoli pettegolezzi piccanti che giungono alle orecchie del marito, Montespan inizia le sue peripezie, fra ribellione aperta, gesti eclatanti, tragicomiche e fallimentari incursioni a corte per riprendersi la moglie, incarcerazione, fughe in Spagna, tremendi lutti come la morte della primogenita, disperata per la lontananza della mamma, e infine ritiro nel suo cadente castello sulle montagne assieme alla piccola “corte” di povera gente che non l’ha mai abbandonato, la cuoca, la domestica, il custode.

Insomma, il soggetto e lo spunto e i personaggi erano estremamente interessanti, peccato che qui tutto sia rovinato da un’esecuzione penosa: uso del presente indicativo che conferisce alla lettura un’“ansia” e una fretta spiacevoli, dialoghi ridicoli, con i personaggi che si istruiscono l’un l’altro sui costumi di corte e sugli ultimi anni della storia francese (un esempio lampante in queste imbarazzanti righe di p. 220: “[…] Ci aspettano anni bui… La nuova persecuzione dei protestanti, la degradazione del clima, le ripercussioni dirette sui raccolti, il popolo schiacciato dalle tasse e dalla miseria, le guerre disastrose scoppiate ovunque alle frontiere”… e a parlare è il nobile duca di Lauzun!), una fin troppo evidente intenzione simbolica e moralistica. Volutamente (e in modo abbastanza insistito e ostentato) Teulé indugia, nella raffigurazione degli esponenti delle classi nobiliari, per sottolineare il contrasto fra apparenza/sostanza, corruzione-marciume/genuinità, sugli aspetti più vomitevoli, ripugnanti, volgari, o più ridicoli, legati soprattutto alle funzioni corporali e scatologiche, o alle condizioni igieniche o di salute o alle tare fisiche e mentali che questi “illustri” personaggi di sangue blu tentano invano di coprire, nascondere, attenuare sotto strati di tessuti preziosi, trucco, profumi, ecc. È evidente insomma che, oltre all’aspetto comico, il continuo insistere su pustole, denti marci, scorregge, piscio, cazzi piccoli, zoppie, ecc. va inteso in senso simbolico, come indice di marciume e sporcizia “interiori”. Come detto, però, la metafora è fin troppo elementare (Teulé crede forse che i contadini e la povera gente fossero al contrario tutti puliti e profumati?) e ossessivamente ripetuta, e alla fine si riduce in uno stancante catalogo di schifi e volgarità assortite.

Qua e là vi è anche qualche illustrazione, ma mancano le didascalie: spesso il soggetto è intuibile, perché se ne sta parlando nel testo, come il quadro che raffigura la Montespan con i figli, bastardi del re, ma altre volte no (nelle ultime pagine c’è il ritratto di un uomo che poteva benissimo essere preso per lo stesso Montespan, in mancanza di altra indicazione: invece ho scoperto che era il figlio, il duca d’Antin).

Jean Teulé, Il marchese di Montespan (trad. Riccardo Fedriga), voto = 2,5/5
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