Cane bianco

Visto casualmente in libreria (una libreria fisica, tanto per cambiare) e notato per via della copertina, acquistato solo molto tempo dopo, Cane bianco è un reportage di Romain Gary, poliedrica personalità di esule, soldato, diplomatico, scrittore, sceneggiatore, bon vivant e, soprattutto, acuto osservatore.

Los Angeles, 1968. Romain Gary e la moglie, l’attrice Jean Seberg (con lui nella foto di copertina), vivono a Beverly Hills con il loro piccolo zoo di cani, gatti, pitoni (!) ecc. Adottano il bel cane lupo Baksa, comparso un giorno sulla soglia della loro casa ed evidentemente smarrito dai precedenti padroni; è un cane dolcissimo, ma ben presto i suoi due nuovi padroni si rendono conto di un odioso inconveniente: non appena vede persone di colore, Baksa diventa improvvisamente feroce e aggressivo. È un cosiddetto “cane bianco”, white dog, allevato nel Sud degli Stati Uniti e addestrato a scagliarsi contro i neri. Dal momento della scoperta, Romain Gary non si darà pace finché non riuscirà a rieducarlo, a curarlo dall’addestramento ricevuto, convinto che dall’odio si possa tornare indietro. Ovviamente il percorso di “riabilitazione” del cane, affidato a un addestratore di colore di nome Keys, diventa simbolico dei contemporanei travagli e sconvolgimenti che la società americana sta attraversando proprio in quel periodo, che Gary osserva con la sua prospettiva a volte disincantata, a volte pungente, a volte indignata da intellettuale della vecchia Europa, ridicolizzando i “complessi di colpa dell’uomo bianco” o l’esibizionismo liberal di alcune star hollywoodiane, guardando con un misto di scetticismo e di ammirazione all’attivismo della giovane moglie, sempre impegnata a sostenere con slancio e ingenuità mille cause umanitarie e sociali, ma anche condannando gli estremismi e le violenze controproducenti della protesta nera, le lotte intestine al movimento, le derive di odio senza uscita.

Ma le pagine migliori e più toccanti sono senz’altro quelle dedicate al rapporto con Baksa, alla dedizione incondizionata dell’animale, al suo smarrimento pieno di incomprensione al vedersi improvvisamente disapprovato per le stesse azioni che ha sempre compiuto in obbedienza agli insegnamenti ricevuti, alla sua faticosa e apparentemente quasi impossibile rieducazione, fino all’amaro finale in cui, ancora una volta, sembra che le logiche umane dell’odio e della vendetta, tristemente ben più “bestiali” di quelle degli animali, siano destinate a prevalere.

Romain Gary, Cane bianco (trad. Riccardo Fedriga), voto = 3,5/5
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