Conquista. La distruzione degli indios americani

Proseguendo sul tema introdotto da Le parole di Malinche, ho recuperato dalla libreria questo volume acquistato sulla bancarella dei libri usati del sabato tempo fa. Non sono, questi due, gli unici libri sull’argomento della Conquista spagnola delle Americhe che ho letto: sicuramente l’interesse è nato sentendo parlare di Bartolomé de las Casas, il che può essere stato leggendo Meraviglia e possesso. Lo stupore di fronte al nuovo mondo, di Stephen Greenblatt (il Mulino, 1994), nel dicembre 2002. La Brevissima relazione della distruzione delle Indie del celebre domenicano, la sua biografia scritta da Marianne Mahn-Lot e altri volumi di Nathan Wachtel sull’evangelizzazione degli indios sono altri testi in lista d’attesa.

Mi aspettavo un libro di storia politico-militare; non sapevo, invece, che l’autore, Massimo Livi Bacci, è un demografo, perciò il suo obiettivo non era tanto fornire una ricostruzione degli avvenimenti, ma indagare le cause della catastrofe demografica che colpì le popolazioni autoctone nell’impatto con gli europei.

Non proprio il mio pane, ma forse appunto per questo la lettura è stata diversa e interessante. Si parte da un dato di fatto difficilmente contestabile: le popolazioni autoctone delle Americhe crollarono drasticamente di numero a partire dal secolo XVI (quando non si estinsero del tutto, come avvenne ai taíno delle Antille, che ebbero la disgrazia di subire il primo e più devastante impatto con gli spagnoli), e si ripresero solo lentamente e non prima della fine del XVII secolo. Ma questa è forse l’unica affermazione che può essere fatta con certezza: infatti, l’autore si sofferma a lungo sulle differenti ipotesi che sono state fatte dagli storici per quantificare la popolazione prima dell’arrivo degli spagnoli, dato che non sapremo mai con precisione vista l’assenza di fonti, e che tuttavia è fondamentale poter almeno approssimare per districarsi fra le cause dell’evoluzione successiva. In estrema sintesi, più è alta la stima della popolazione pre-Conquista, più il crollo assume proporzioni catastrofiche e meno riconducili alla sola violenza della Conquista e delle guerre, che per quanto terribili non giustificano perdite di decine di milioni di individui, mentre aumenta il peso che le nuove malattie ed epidemie ebbero nello sterminare le popolazioni. Viceversa, partendo da stime pre-Conquista più contenute, il crollo rimane netto ma si fa comunque meno catastrofico.

La verità è che è impossibile determinare una causa unica: anche le nuove patologie, di cui pure Livi Bacci sottolinea la “responsabilità” maggiore nella decimazione delle popolazioni, non poterono essere sufficienti, poiché, se la prima ondata di epidemie si abbatté su individui totalmente indifesi e senza difese immunitarie e fu di conseguenza la più devastante, le successive dovettero fare progressivamente sempre meno vittime, dato che, appunto, nel frattempo sempre più persone diventavano immunizzate. D’altra parte, l’impatto delle malattie fu diverso anche a seconda della densità di insediamento delle popolazioni: tanto maggiore in società più organizzate e “urbanizzate” come il Messico, minore in territori in cui le popolazioni vivevano distribuite in spazi immensi e difficilmente accessibili, come gli altipiani del Perù. La violenza delle guerre e le atrocità dei conquistadores non furono ovunque di intensità uguale: il Messico venne piegato in relativamente poco tempo da Cortés e non conobbe poi più gravi conflitti, mentre in Perù la popolazione fu decimata dalle guerre civili che infiammavano l’impero inca già da prima dell’arrivo degli spagnoli, quindi dalle lunghe guerre contro gli invasori, dalle rivolte degli indigeni e dai contrasti scoppiati fra gli stessi conquistadores, in un susseguirsi di scontri sanguinosi che durarono per circa un secolo. Allo stesso modo non tutto si può attribuire all’avidità dell’oro e al lavoro massacrante nelle miniere: il regime dell’encomienda generò spaventosi abusi, ma ancora più gravidi di conseguenze, nel lungo periodo, furono i grandi spostamenti cui le popolazioni furono costrette perché soggette alla mita, ovvero il lavoro forzato di mesi che si svolgeva spesso a chilometri e chilometri dalle loro terre di origine, in climi e altitudini notevolmente diversi. Cambiamenti di natura sociale influirono poi in diversa misura, come la sottrazione di un gran numero di donne indios dal pool riproduttivo (perché prese come mogli o concubine dagli europei), o la graduale affermazione della monogamia introdotta assieme al cristianesimo.

Ciò che colpisce, in questo libro, è l’amplissimo respiro, di spazio e di tempo, che ha l’indagine (una gradita differenza rispetto a tanti altri saggi storici che leggo, comunque interessantissimi ma spesso concentrati su realtà molto anguste), e la quantità di strumenti e nozioni differenti necessari per la raccolta e l’analisi dei dati: la conoscenza delle patologie, del clima, delle tecniche agricole, della storia delle idee contribuiscono tutte a illuminare su una serie di concause che determinarono il destino dell’America latina nei secoli successivi.

Massimo Livi Bacci, Conquista. La distruzione degli indios americani, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

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