Quelli che ci salvarono

L’anno è iniziato all’insegna di romanzi ambientati nel periodo del nazismo: dopo Destinatario sconosciuto, un romanzo scoperto per caso girovagando fra le pagine di Goodreads e acquistato usato sul sito Libraccio.it. In comune con il racconto di Kressmann Taylor aveva, in teoria, l’approccio poco convenzionale al tema, lo sguardo rivolto alla zona “grigia” fra la tradizionale dicotomia vittime/carnefici, bene/male.

Weimar, 1939. La giovane protagonista, Anna, orfana di madre e con un padre quasi fanatico nazista, cresce miracolosamente immune (o, meglio, indifferente) all’ideologia hitleriana, e non è molto chiaro come ciò sia possibile (forse viene spiegato col fatto che, dalla morte della madre, rimane per lo più in casa a sbrigare le faccende o ad accudire ai bisogni del padre, senza quasi altre amicizie e frequentazioni). Conosce casualmente il dottor Max Stern, ebreo, e i due diventano prima amici e poi, dopo che Anna, all’insaputa del padre, l’ha nascosto in casa sua, amanti. Il personaggio di Max è piuttosto sfocato ed evanescente, praticamente gli unici due aggettivi usati per descriverlo sono “buono” e “gentile”, non si capisce cosa, oltre all’attrazione fisica, lo leghi alla protagonista: ci viene detto però che i due sono molto innamorati, e allora ok, ci fidiamo. D’altra parte, il dottore esce di scena molto presto: il padre di Anna, scoperto l’ebreo nascosto in casa, lo consegna alla Gestapo. La scena del successivo, drammatico confronto fra padre e figlia è ridicolmente breve e tirata via: e anche il personaggio del padre non è nulla più di uno stereotipo, dispotico e ubriacone (che naturalmente, essendo nazista, ascolta Wagner a tutto spiano!).

Insomma, tutta la prima parte è molto affrettata, ma, in fondo, ciò è anche comprensibile e non dà così fastidio, perché la verità è che riveste la funzione di un lungo antefatto: il cuore vero del romanzo (e l’interesse dell’autrice) è altrove, nel rapporto fra Anna e Mathilde e, soprattutto, fra Anna e l’Obersturmführer delle SS Horst. Infatti, a questo punto la ragazza, ormai incinta di Max, scappa di casa e si rifugia presso la fornaia Mathilde Staudt che, come ha saputo dall’amante, segretamente collabora con la Resistenza e aiuta come può i prigionieri del vicino campo di Buchenwald. Nascosta da Mathilde, alla fine del 1940 dà alla luce una bambina, Gertrud detta Trudie. Ma la fornaia viene scoperta e uccisa, mentre nella vita di Anna entra il temibile ufficiale delle SS, che la prende come amante e al quale la ragazza non può far altro che affidare le uniche speranze sue e della bambina di sopravvivere alla guerra. Ma, veniva insinuato nel risvolto di copertina, “non si finisce forse con l’amare sempre coloro che ci salvano?”. Cosa sottintendeva questa domanda? Che anche in un individuo del genere si poteva forse sperare, incredibilmente, di trovare un barlume di umanità? O che, al contrario, uno strano, perverso legame finiva per unire Anna a colui che avrebbe dovuto soltanto odiare come feroce nemico?

Pareva insomma che il loro rapporto sarebbe stato trattato in modo non convenzionale, che quella di lui si sarebbe rivelata una personalità insospettabilmente complessa, o che il ruolo di povera vittima della ragazza avrebbe dovuto essere in qualche modo corretto: Booklist dal retro della copertina diceva che “Jenna Blum ritrae in maniera sottile l’ufficiale nazista, ne mostra la sordida crudeltà ma anche i delicati aspetti della personalità”… La verità però è che per tutto il tempo in cui compare il personaggio si comporta come un inquietante alieno: la personalità complessa e i suoi aspetti “delicati” li ho visti poco (è evidente, anzi, che l’autrice tenda a spersonalizzarlo, visto che è l’unico personaggio che solo molto raramente viene chiamato per nome, Horst, è quasi sempre solo e soltanto “l’Obersturmführer”), in compenso il riflettore era puntato sulla paura di Anna, la costrizione ma anche la rassegnazione con cui accetta quel rapporto che, a fronte di un continuo terrore, umiliazioni e violenze, può però offrire a lei e a sua figlia l’unica possibilità di sopravvivere agli stenti della guerra. Interessante anche quella prospettiva, ma, scusate se sembrerò irrispettosa, già vista.

Parallelamente a queste vicende ambientate nel passato, seguiamo anche Trudy, ormai adulta (siamo alla fine degli anni ’90), e sua madre anziana, trasferitesi negli Stati Uniti già dalla fine della guerra al seguito del soldato americano Jack, divenuto il marito di Anna. Trudy è ora una professoressa universitaria di storia e desidera sapere qualcosa di più sul passato della madre, specialmente dell’ufficiale nazista con cui è ritratta in una vecchia foto. Ma la madre mantiene da anni un ostinato silenzio, e allora, a mo’ di compensazione, Trudy, nell’ambito di un progetto di ricerca, intervista anziani tedeschi per sapere le loro esperienze durante il nazismo e la guerra. Devo dire che non mi dispiaceva affatto la caratterizzazione di questa donna di mezza età, divorziata, sola, un po’ rude, dalla vita grigia, ma indipendente, intellettuale (non male i brani sulle sue lezioni), vogliosa di scoprire il mistero della sua infanzia: era un’immagine triste, ma non scontata, anzi, dolorosamente e acutamente verosimile. Poi però lei va a letto con un anziano vedovo appena conosciuto, non è chiaro perché (perché entrambi hanno avuto un’infanzia traumatica?): perché non è concepibile, in un romanzo, un personaggio femminile che cerchi di trovare la propria strada senza un uomo al suo fianco, una donna single, una, mio Dio!, zitella. Quindi per una ventina di pagine c’è questa noiosissima storia d’amore che sembra ficcata dentro veramente a forza, a 100 pagine dalla conclusione quando, diciamolo, non ci serviva un’ulteriore complicazione della vicenda, condita di brusca (ma, neanche a dirlo, temporanea) separazione perché lui sostiene che “non merito di essere così felice”.

Un libro che mi ha dato una spiacevole sensazione di “vorrei ma non posso”, “voglio parlare di temi scomodi ma senza realmente scontentare nessuno, anzi, concludendo con un finale maldestramente mieloso”. Mah: 3 stellette perché non prevedo il voto “2,75”, ma parte iniziale moscia, parte finale ancora più moscia, parte centrale che suscitava grandi aspettative ma, alla prova dei fatti, incompiuta.

Le condizioni di vita dei tedeschi durante la guerra vengono descritte già molto dure nel periodo 1939-1940 (tessere del razionamento, difficoltà nel procurarsi cibo, provviste, benzina, altri beni necessari): senza poter far valere una sicura conoscenza delle fonti, ho avuto però l’impressione che, in una fase tanto precoce e positiva per il Reich della guerra, questa fosse un’esagerazione. Cos’ha Jenna Blum contro le lineette che indicano i dialoghi? Perché in tutto il suo romanzo sono state abolite? Sgradevoli imprecisioni nell’originale e/o nella traduzione: il Völkischer Beobachter non era il “giornale locale” di Weimar (p. 71) ma il giornale ufficiale del partito nazista, il saggio “I carnefici volontari di Hitler” che viene citato (p. 259: è uno dei testi che Trudy assegna ai suoi studenti) suppongo che sia in realtà I volenterosi carnefici di Hitler di Daniel J. Goldhagen.

Jenna Blum, Quelli che ci salvarono (trad. Giovanna Scocchera), voto = 3/5
Per acquistarlo on line

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