Gli Oscar del 2011 – Premiazioni

Diciamo subito che il 2011 è stato un anno mediocre. Ben pochi titoli spiccano decisamente per qualità sugli altri, nessuno si è meritato 5 “stellette” su 5. Lo stesso, più o meno, vale all’altra estremità della piramide: a parte un’eccezione, del resto un po’ particolare, nessun libro si è segnalato per la sua assoluta bruttezza.

 

– Libro migliore del 2011

Mah, ci sono alcuni libri che si collocano più o meno allo stesso livello: La terra del rimorso, Union Atlantic, God’s Country, l’intera “Trilogia degli schiavi” di Thorkild Hansen presa nel suo complesso, anche l’ultimo Le memorie di Jack lo Squartatore. Tra questi, però, scelgo God’s Country di Percival Everett: non sapevo bene cosa aspettarmi, mi ha fatto ridere di gusto per poi lasciarmi abbastanza di stucco alla fine.

– La sorpresa del 2011

Ma cosa intendevo, di preciso, quando l’anno scorso istituii questa categoria? Boh, interpretiamola come “libro non incluso nell’elenco da leggere ‘canonico’, acquistato di impulso e rivelatosi molto bello”. In questo caso, allora, suppongo che il premio vada sempre a God’s Country, ma, se lo escludiamo in quanto vincitore del premio Migliore in assoluto, allora direi il godibilissimo Essendo capace di intendere e di volere.

– Miglior classico

In questa cinquina scelgo La vita di Benvenuto Cellini: non sempre scorrevole da leggere (un po’ pesanti i brani più tecnici), ma nel complesso appassionante, anche se forse non da prendere alla lettera in ogni suo passo!

– Miglior opera di narrativa italiana contemporanea

Non c’è gara qui, vince Massimo Carlotto con Arrivederci amore, ciao: non perché sia un capolavoro eccelso, ma perché i concorrenti in generale non gli si avvicinano (Vitali e Kanakis insufficienti, Mariotti, Gangemi, Culicchia, Mozzi e Tomizza buoni ma nulla più). In realtà l’unico che avrebbe potuto insidiare Carlotto è Carlotto stesso con Alla fine di un giorno noioso o Niente, più niente al mondo, ma fra la prima e la seconda puntata delle avventure di Giorgio Pellegrini scelgo la prima, forse meno dispersiva e originale (giudizio difficile, comunque), mentre l’ultimo racconto è molto bello, ma non la spunta.

– Miglior opera di narrativa straniera contemporanea

Escluso God’s Country, allora premio Union Atlantic, che si è visto sfumare la vittoria nella categoria Migliore in assoluto; menzione di merito anche per il bel Le memorie di Jack lo Squartatore.

– Miglior opera di saggistica

Questa è la scelta più difficile: la rosa si restringe a La terra del rimorso, Omicidio a Road Hill House e la “Trilogia degli schiavi” di Thorkild Hansen. Tutti questi titoli sono estremamente interessanti, presentati con cura ed eleganza (tutti hanno ricche gallerie di immagini esplicative) e allo stesso tempo assai scorrevoli e godibili. Volendo, si potrebbe escludere Hansen, visto che la sua opera è un’originale fusione di saggio e romanzo storico; rimangono De Martino e Summerscale, fra cui davvero non so scegliere, quindi premio assegnato ex aequo.

– Il peggiore…

E qui scontenterò un sacco di lettori, temo. In realtà forse dovrei parlare di “maggior delusione del 2011”, perché era un libro che desideravo leggere da anni e anni senza riuscire a trovarlo, e quando poi finalmentece l’ho fatta… ho avuto la sensazione di averne capito solo una minima parte! Quindi, nonostante sia amatissimo da molti e considerato un capolavoro del genere, il poco ambito premio va a La svastica sul sole, di Philip K. Dick.

Ripeto, giudizio soggettivo, basato sulla mia esperienza e sulle mie aspettative deluse. Se invece parliamo di bruttezza “intrinseca”, La signorina Tecla Manzi e L’albero dei giannizzeri non erano un granché: come detto all’inizio, non erano orribili, ma certo decisamente sotto la media e irritanti, ciascuno a suo modo.

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