Le memorie di Jack lo Squartatore

Temi “sotterranei” che attraversano i miei percorsi di lettura: ultimamente, forse, l’epoca vittoriana e la vita nella grande metropoli londinese, e, occasionalmente, casi di cronaca nera che scoperchiano il pentolone della “rispettabilità” e del “decoro” tipici di quell’epoca. Tre titoli letti nell’ultimo anno risultano così collegati, due romanzi e un saggio: Il petalo cremisi e il bianco, Omicidio a Road Hill House e questo Le memorie di Jack lo Squartatore (aggiungo anche, ma risale a più indietro nel tempo, Angelica). Tutti molto buoni o ottimi, segno che il luogo e il periodo mi stuzzicano e sono, effettivamente (e non lo scopro certo io), ricchissimi di spunti per la miscela di modernità e progresso e tradizionalismo e rigidità, ricchezza e nera miseria, ordine e caos, sentimentalismo e perversione, scienza e occultismo, ecc. Sono tutti poi libri scritti a fine XXI secolo, quindi analizzano con prospettiva “moderna” le contraddizioni dell’epoca; altrettanto affascinante sarebbe, credo, esplorare meglio la letteratura del tempo, ma mi manca ancora quel punto di vista.

Pensi alle strade di Londra di fine XIX secolo, immerse nella classica nebbia e bagnate dalla pioggia, percorse di notte all’ombra di casermoni in cui vivono ammassati operai, poveracci e prostitute, e ovviamente ti viene in mente il Mistero per eccellenza tra le tante leggende della città, quello del serial killer noto come “Jack lo Squartatore”, che dal 1888 è per certi versi il capostipite di una figura ormai onnipresente e inflazionata nella narrativa di genere. Per me, la prima scintilla di vero interesse oltre a una semplice curiosità fu la visione del film From Hell (che poi, nonostante sia generalmente giudicato positivamente, neanche mi piacque granché; non ho mai letto il fumetto); una fase di rinnovato “studio” della questione fu il giugno 2007, quando mi sono messa giù a scrivere le voci “Lettere di Jack lo squartatore” e “Mary Jane Kelly” su Wikipedia (la prima è una delle mie “creazioni” preferite; non so cosa fosse successo a giugno 2007, è anche vero che nelle mie contribuzioni a Wikipedia vado spesso a “periodi” monotematici).

Jack lo Squartatore “affascina” anche e soprattutto per la sua identità rimasta ancora (e presumibilmente, ormai, per sempre) sconosciuta, il che ha consentito nel tempo, fin dai giorni dei delitti ovviamente, di formulare una miriade di ipotesi, dalle più fantasiose alle più verosimili e inquietanti, dal membro della famiglia reale all’oscuro personaggio “di aspetto straniero” o “di aspetto giudaico” (nel libro di “memorie” che, prima o poi, mi deciderò a commentare, lo stesso Jack si fa beffe di queste accuse che chiaramente svelano pregiudizi e xenofobia della società inglese del tempo… ma curiosamente a commettere i crimini sono sempre e ovunque gli stranieri).

In realtà comunque la mia scoperta di questo libro non è avvenuta perché stessi cercando di formarmi una bibliografia sul caso, ma in modo del tutto casuale esaminando la libreria di un “vicino” aNobii con i cui giudizi mi trovavo spesso d’accordo o che reputavo utili. Lui e altri scrivevano, tra l’altro, di un romanzo “veramente capace di evocare atmosfere e mentalità, attraverso lo stile e la struttura narrativa, della Londra fine secolo XIX”, e di “ambientazione vittoriana molto ben resa sia nei luoghi che nel modo di esprimersi”. Fidandomi di questi giudizi, ho accolto queste Memorie fra le centinaia di libri che attendono da mesi o anni di essere da me letti: la mia copia arriva da Torino, dove ho scoperto una libreria dell’usato che fa anche e-commerce, “Il Libraio“, grazie alla gentilezza di parenti giunti qui per le feste.

E quindi, si cimenta con questo caso leggendario anche l’autore Clanash Farjeon, che poi in realtà è lo pseudonimo di un attore teatrale britannico, Alan John Scarfe: e se Jack fosse stato Lyttleton Stewart Forbes Winslow, famoso alienista dell’epoca vittoriana, che realmente si dedicò a lungo al caso del celebre assassino senza volto che terrorizzò Londra nel 1888? Naturalmente, questo non è che un romanzo, quindi, a differenza di altre opere che hanno tentato di risolvere il mistero (mi viene in mente di recente Ritratto di un assassino della giallista Patricia Cornwell, in cui si sosteneva la colpevolezza del pittore Walter Sickert), non viene portata alcuna prova a dimostrazione di questa teoria, ma semplicemente si immagina una lunga autobiografia/confessione di Lyttleton/Jack (scritta addirittura post mortem! Negli ultimi capitoli infatti il carattere “fantastico” e immaginario del testo si fa più scoperto) in cui ci vengono spiegate circostanze e motivazioni dei delitti.

Dopo una prima metà della vita passata obbedendo supinamente al sistema di valori inculcatogli fin dall’infanzia, al culto del dominio della ragione sulle passioni, alla fede religiosa degli antenati, il protagonista, a un certo punto, decide nella sua lucida follia di “liberarsi”, di gettare all’aria tutta la zavorra, di dare pieno sfogo al suo lato più represso, soffocato, negato e violento, per accorrere al richiamo irresistibile del sangue e dell’assassinio, per ergersi, nella sua visione, incommensurabilmente al di sopra dei suoi contemporanei, cui questa “rinascita” rimane incomprensibile e sconosciuta e che guarda con divertito disprezzo e disgusto, per sentirsi nuovamente se stesso, completo, nella sua natura animale. Il contesto di agitazione sociale e l’attenzione morbosa ai tanti, efferati casi di cronaca nera (aspetto che era presente anche in Omicidio a Road Hill House) sono ben delineati, ma qui in più l’autore vuole sottolineare, in un gioco di erudizione letteraria, i parallelismi con alcuni celebri capolavori del periodo, primo fra tutti ovviamente Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde di Stevenson, che gli dà modo di approfondire il tema sempre affascinante del doppio, delle opposte pulsioni che lottano ciascuna per soggiogare l’altra, e della ricerca di una pienezza interiore, della Verità, di una unione mistica e intima con l’essenza di Dio, quando i limiti e le restrizioni da cui l’“io Jekyll” si è fatto sottomettere si lasciano finalmente travolgere e superare dall’irrompere della forza “superomistica” di Hyde… senza comunque dimenticare che il suo è anche un romanzo del terrore: alcuni brani sono crudamente espliciti e per stomaci forti e in altri, anche se sai bene cosa succederà perché la storia è nota, le parole di Jack, rese in modo tanto verosimile, riescono comunque a ipnotizzare e a costruire una tensione insopportabile e a spaventare.

Può sembrare strano, comunque, ma una delle parti del libro più interessanti da leggere è il lungo periodo della “autobiografia” (si ricordi sempre che, sebbene gli eventi della vita del protagonista siano quelli reali, è tutta una finzione!) di Forbes Winslow relativo agli avvenimenti precedenti agli omicidi: si potrebbe pensare che sia la più noiosa, no?, un semplice antefatto. Invece, proprio per la capacità di Farjeon/Scarfe (mamma mia, quante doppie identità!) di rendere alla perfezione il tono e l’atmosfera di una perfetta educazione in una rispettabile famiglia inglese, l’oppressione e il peso della figura paterna, il cursus honorum tipico di un brillante giovane studente di Cambridge, un matrimonio riuscito con una donna relegata ai margini della sua esistenza e delle sue preoccupazioni che gli dà quattro figli, ecc. Ripeto ancora che vengono ripercorsi gli avvenimenti della reale biografia del protagonista così come si desumono da varie fonti, ma le impressioni e le annotazioni squisitamente sarcastiche o crudelmente ciniche che vengono messe in bocca a Forbes Winslow sono invenzione dell’autore.

La provenienza dell’autore dal mondo del teatro è evidente: a parte le frequenti citazioni di Shakespeare (d’altra parte non fuori luogo, ma anzi in tono con lo stile del discorso di un gentiluomo inglese dell’800 di buona cultura), tutto il testo è un lungo monologo di un istrione, cinico, beffardo, ora esaltato, ora freddo e lucidissimo, ironico, tagliente (ah ah),  e, con il suo costante rivolgersi direttamente al pubblico dei lettori, quasi per “intrattenersi” con loro, l’io narrante riesce perfettamente a “tenere la scena” senza stancare per più di 300 pagine.

Purtroppo bisogna notare che i libri della Gargoyle Books non sono curatissimi: anche qui erroretti vari (refusi, o date sballate, per fortuna facilmente individuabili) e margini della pagina “variabili”. A differenza di quanto avveniva nel volume Ultimi vampiri, però, qui note al testo utilissime e preziose (soprattutto per farci apprezzare le numerose citazioni letterarie, e il dottissimo lavoro di ricerca storica fatto dall’autore).

Clanash Farjeon, Le memorie di Jack lo Squartatore (trad. Chiara Vatteroni), voto = 4/5
Per acquistarlo on line

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