Burton Holmes Travelogues

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Maxi librone della Taschen che celebra una curiosa figura di documentarista ante-litteram: Burton Holmes (1870-1958), americano, inventore della fortuna formula dei “Travelogues”, cioè serate-spettacolo in cui egli proiettava e commentava fotografie e primi rudimentali filmati scattati e girati da lui e dai suoi collaboratori ai quattro angoli del globo. In tempi in cui ancora il turismo non era certo di massa, quelle per molti erano le uniche occasioni per vedere luoghi esotici e misteriosi come l’India o il Giappone da poco “violato” dagli occidentali, o amatissimi e classici come Parigi o l’Italia. Questo modo “ingenuo” e ancora favoloso di raccontare paesi lontani sarà col tempo reso obsoleto dal cinema e dalla sempre maggiore facilità negli spostamenti.

Nonostante i Travelogues abbiano dato a Holmes fama e una certa ricchezza, non fu per soldi che egli avviò la sua impresa: come lui stesso confessa, in realtà la molla della sua esistenza, fin dall’adolescenza, fu sempre solo e soltanto il desiderio di viaggiare, conoscere, vedere: i viaggi non servivano ad alimentare il business degli spettacoli, piuttosto il contrario, era grazie a questi ultimi che Holmes era riuscito a trovare un modo a lui congeniale, piuttosto che lavorare, per finanziare i mesi che ogni anno passava in giro per il mondo!

Le tante fotografie che abbelliscono il volume (diviso in tanti capitoli quanti sono i Paesi visitati, disposti in ordine alfabetico: per apprezzare maggiormente l’evoluzione della tecnica fotografica di Holmes sarebbe stato forse più utile un ordine cronologico secondo la data del viaggio, indicato anche nella Cronologia nelle ultime pagine, ma, poiché alcuni paesi vengono visitati più volte nel corso degli anni, forse la scelta dei curatori era inevitabile, per evitare ripetizioni) sono corredate dalle didascalie originali dello stesso Holmes, che poi è il testo che egli, da consumato intrattenitore, pronunciava durante gli spettacoli alle platee affascinate: il suo grande talento affabulatorio risalta in queste descrizioni, mai banali, a volte pomposamente auliche, a volte (auto)ironiche, a volte irrimediabilmente datate, ma più spesso genuinamente cariche del suo entusiasmo da bambino per le tante scoperte fatte nel corso di una vita di incontri e avventure. Vi sono molte immagini di paesaggi e scenari naturali, ma quelle più apprezzabili sono scene di vita e di strada, popolate da tante facce più o meno a loro agio davanti all’obiettivo e condite dalle osservazioni e dagli aneddoti dell’autore. Soprattutto, forse il maggiore pregio di queste foto è il colore: scattate ovviamente in bianco e nero, le lastre erano poi colorate con acquerelli da artisti suoi collaboratori, su indicazioni dello stesso Holmes, che evidentemente aveva una grande memoria visiva. Grazie ad esse, ci liberiamo dalla fastidiosa, inconsapevole impressione di un mondo “in bianco e nero”, instillataci dalle fotografie coeve, e ammiriamo scene fortemente vivaci e quasi più “vere”.

Viaggiare alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, e in particolare in luoghi esotici come le Ande, Giava, la Lapponia, il Marocco, l’India, per citare solo alcuni dei posti visitati da Holmes, certo era ben più scomodo e carico di imprevisti di quanto non sia ora: Holmes tuttavia non era propriamente un avventuriero, né vuole passare per tale. Nei suoi viaggi usufruiva per quanto possibile delle comodità e dei migliori alberghi: per questo forse ancora maggior valore di testimonianza acquistano le fotografie scattate in momenti davvero drammatici e carichi di tensione, come quando si ritrovò testimone di una delle ultime violente eruzioni del Vesuvio in tempi moderni, quella del 1906, o quando seguì le truppe americane sui fronti della prima guerra mondiale.

Burton Holmes Travelogues: The Greatest Traveller of His Time, 1892-1952, a cura di Genoa Caldwell, voto = 3/5

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