L’abate Roys e il fatto innominabile

Si sarà capito che non mi dispiacciono i romanzi che traggono spunto da oscure e umili vicende sepolte negli incartamenti d’archivio, già anche solo per la simpatia che mi ispira l’autore alle prese con il suo lavoro di ricerca e riscoperta. Purché, naturalmente, egli faccia bene il suo lavoro ma non stravolga/forzi/”attualizzi” maldestramente il contenuto e lo “spirito” delle carte.
In questo breve libretto Fulvio Tomizza riporta alla luce una vicenda del Veneto della seconda metà del Cinquecento (perché però non indicare le fonti??), intersecando alcuni brani più introspettivi e di invenzione letteraria a più oggettive rielaborazioni di quelli che sono indubbiamente verbali di interrogatori, restituendoci però il “sapore” di una storia antica e “rustica”.

Alessandro Roys, di origini spagnole, sessantenne ma ancora evidentemente in buona salute, è l’abate commendatario della secolare e ormai semi-abbandonata abbazia di Summaga: vedovo con figli, è giunto a quella posizione, “ereditata” dal fratello, con un mercanteggiamento tutt’altro che infrequente nel desolante panorama dell’ordine benedettino dell’epoca e che comunque non scandalizza nessuno. L’abate ha anche da anni una relazione piuttosto turbolenta e complicata con una sua giovane serva di nome Cecilia, di cui è di volta in volta un po’ l’amante, un po’ il padrone, un po’ il protettore che intasca i guadagni della sua attività di prostituta. Insomma, una storia intricata costellata di rotture, abbandoni e ritorni, ma cui evidentemente l’anziano “religioso” non vuole né può rinunciare se, quando, nel 1573, la donna per l’ennesima volta lo abbandona per un altro, per spaventarla e costringerla a ripensarci minaccia di denunciarla al vescovo di Concordia, Pietro Querini, come presunta fattucchiera autrice di una pratica erotica altamente sacrilega che comprende l’uso degli olî santi.
Solo che la tattica dell’abate finisce per ritorcersi contro di lui: quello che doveva essere solo uno spauracchio da agitare davanti alla traditrice, nelle mani del vescovo, suo antico nemico, diventa un’occasione per indagare proprio su di lui, con l’inaspettata, piena collaborazione di Cecilia e di sua madre, ansiose di liberarsi di un legame da cui ormai si poteva più ricavare ben poco.
E così Roys si ritrova dapprima a chiedersi se non abbia parlato troppo, compromettendo in modo eccessivo la sicurezza della sua amica, e cercando quindi maldestramente di ritrattare, e poi a essere poco a poco indicato come il vero ispiratore della pratica “innominabile”. Per sua fortuna, neanche lui è uno sprovveduto e, nella partita a scacchi a distanza con il vescovo, è abile a sfruttare tutte le scappatoie procedurali che gli si possono presentare.

Non sappiamo bene come finì la vicenda, o almeno Tomizza non ce lo dice: probabilmente, come tanti altri casi analoghi, con un nulla di fatto, visto che circa cinque anni più tardi ritroviamo lo stesso abate e lo stesso vescovo faccia a faccia: in visita pastorale nel territorio dell’abbazia, Querini viene accolto dal Roys con le solite cerimonie, constata lo stesso stato di abbandono di sempre, se non peggiore, ripete gli stessi gesti e le stesse raccomandazioni, riceve le identiche promesse, come se l’incidente fra i due non si sia mai verificato. Il racconto, e la sua conclusione fortemente anticlimatica (ma si dice in italiano?), rendono quindi perfettamente l’idea di un mondo piccolo, lento, appartato, scalfito in superficie da tempeste passeggere ma in realtà placidamente immutabile, retto da un intrico di giurisdizioni e abile però nel vivacchiare approfittando dei vuoti lasciati liberi da ognuna, come i lavori di restauro alla cadente abbazia che il vescovo da anni impone al Roys di fare, e che l’abate continua a promettere senza mai veramente iniziare.

Fulvio Tomizza, L’abate Roys e il fatto innominabile, voto = 3/5
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