Memorie dalla Torre Blu

Memorie dalla Torre Blu è il titolo dato dall’editore italiano a un testo che in originale è noto invece come Jammers Minde, locuzione inventata dall’autrice che, viene detto nell’introduzione, è intraducibile e vuol dire pressappoco “Memoria di tribolazione”. Fu scritto nella seconda metà del XVII secolo dalla nobile danese Leonora Christina Ulfeldt a uso e consumo dei suoi figli, e pubblicato solo nel 1869.

La vita avventurosa della Ulfeldt (1621-1698), figlia illegittima del re Cristiano IV, viene rievocata nella bella Introduzione di Angela Zucconi: si sposò a quindici anni con il nobile Corfitz Ulfeldt, che aveva circa il doppio della sua età e con il quale formò, da allora, una coppia indissolubile. Ma la fortuna della famiglia, che raggiunse l’apice sotto il padre di Leonora e suocero del marito, precipitò con altrettanta rapidità, principalmente a causa delle imprudenti mosse e delle maldestre trame dello stesso Corfitz, che si alienò il favore del nuovo re Federico III e venne accusato di congiurare per assassinare il sovrano. L’accusa era probabilmente falsa, ma ciò nonostante i coniugi scapparono nella nemica Svezia, diventando quindi “traditori della patria”. Il “maneggione” Corfitz riuscì comunque a mettersi nei guai anche là, ed ebbe l’infelice idea di tornare in Danimarca: lui e la moglie vennero arrestati e rinchiusi in un fetido carcere, da cui cercarono inutilmente di fuggire; ne uscirono solo a forza di mazzette, ma, di lì a poco, uno dei loro figli, per vendicarli delle sevizie subite in prigione, uccise l’ex carceriere Fuchs. Corfitz, la cui salute nel frattempo peggiorava, tentò di ordire un pasticciato complotto contro il re, mentre la moglie si recava in Inghilterra per cercare di procurarsi un po’ di denaro, perché i guai con la giustizia avevano fatto sì che, a forza di sequestri di beni e proprietà, le loro finanze versassero in stato disastroso. Fu proprio in Inghilterra che, nel 1663, Leonora venne arrestata e ricondotta a Copenhagen, mentre il marito scappava rendendosi contumace.

Questo, in estrema sintesi e, temo, con molte semplificazioni, l’antefatto. Leonora viene quindi rinchiusa nella Torre Blu del castello reale di Copenhagen, che fungeva da prigione per delinquenti comuni, in un’angusta e sporca stanza senza finestre. Lì resterà per i successivi 22 anni, senza mai più rivedere il marito (che morirà poco dopo l’arresto di lei mentre è in fuga dai suoi inseguitori): ne uscirà nel 1685, su ordine di Cristiano V, per finire i suoi giorni in un monastero.

Il manoscritto di Jammers Minde inizia proprio con i momenti subito successivi all’arresto. La prima parte fu scritta di getto, nel 1674, quando Leonora credeva erroneamente vicina la liberazione, basandosi sui ricordi e forse su appunti di fortuna, quindi esso fu ripreso e ampliato con gli eventi degli ultimi anni fino al 1685. Rimase nella sua famiglia custodito dai discendenti, fino alla riscoperta dello studioso danese F.R. Friis e alla pubblicazione quasi due secoli dopo la morte dell’autrice.
La donna, che come detto si rivolgeva ai suoi figli, racconta loro i lunghi anni di prigionia: ovviamente, proclama sé e il marito innocenti da ogni accusa, e non è facile ormai stabilire se ciò corrisponda a verità, e soprattutto quanto ella sia stata al corrente e complice delle trame del marito. Non è tanto questo però che interessa nel leggere, oggi, la sua testimonianza, quanto ascoltare la voce di una donna dal carattere forte e risoluto, incrollabile nella fedeltà/connivenza con l’uomo della sua vita durante tutti gli interrogatori e attenta a non tradire mai il minimo cedimento di fronte ai custodi, dalla tempra d’acciaio per aver saputo resistere in condizioni tanto disagevoli, guardinga nell’accorgersi dei trucchi e delle tattiche impiegati per indurla a parlare o dei modi con cui veniva controllata, dalla mente attiva e pronta, a giudicare dalle risposte pungenti che sapeva sfoderare e anche dai mille espedienti con cui riusciva a procurarsi o a costruirsi da sola piccoli oggetti di cui aveva bisogno o che le servivano per passare il tempo, a suo agio e in controllo di fronte ai giudici, ai membri della corte che l’avevano conosciuta nel periodo di splendore e ora si recavano in visita in prigione come per ammirare uno spettacolo curioso, come anche, e soprattutto, alla varia umanità di rozzi carcerieri, cameriere intriganti e detenuti più o meno disperati con cui si trova a dividere per tanti anni quelle quattro mura e che costituiscono il “microcosmo” della Torre Blu.
Proprio questi ultimi, con le loro caratterizzazioni penetranti e le loro storie di vita, sono le figure più vive del libro: dall’Intendente del carcere ubriacone con un passato da giullare al prigioniero per il quale nessuno vuole pagare le spese dell’esecuzione e che quindi ormai praticamente “vive” nella Torre, dove è libero di girare dove vuole, dalla serva sguaiata e probabilmente infanticida a quella invece gentile e premurosa che, ormai anziana, impara da lei a leggere, Leonora non si scompone di fronte a nulla. È anzi interessante vedere come, anche nel suo stato di prigioniera spogliata di tutto e in disgrazia, non perda comunque mai il suo orgoglio di ceto e la sua convinzione di poter affrontare chiunque da una posizione di superiorità, quasi fosse a tutti gli effetti un “abito mentale” non dipendente in alcun modo dalle condizioni materiali o dai rapporti di forza effettivi.

Curiosa anche l’immagine insolita e inaspettata che viene fuori della corte danese del Seicento: abituati come siamo alle raffigurazioni stereotipate della Versailles del Re Sole, scopriamo invece una Copenhagen in cui sovrani e damigelle dividono il Castello gomito a gomito con prigionieri comuni, in cui l’atmosfera è francamente abbastanza casareccia e “domestica”.

Leonora Christina Ulfeldt, Memorie dalla Torre Blu (a cura di Angela Zucconi), voto = 3/5
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