L’imbroglio del turbante

Torniamo a Istanbul, all’Impero ottomano, dove già eravamo stati di recente con L’albero dei giannizzeri, ma stavolta qualche decennio prima, alla fine del XVIII secolo.

Tra impero russo e Sublime Porta la tensione è sempre strisciante, tanto più in questo periodo in cui le armate di Caterina II si sono impossessate della regione del Caucaso e della Cecenia; proprio da quella zona montuosa e impervia si leva improvvisamente la voce di un misterioso “profeta” che si fa chiamare Sheykh Mansur (“il Vittorioso”) e che, nel nome della purezza dell’Islam, raduna un piccolo esercito che riuscirà per anni, inaspettatamente, a tenere impegnate le forze occupanti, mentre sull’identità del condottiero si rincorrono le voci più disparate e bizzarre, fino a quella, clamorosa, che arriva dall’Italia: Mansur sarebbe in realtà un ex frate domenicano piemontese, Giovanni Battista Boetti, che dopo una giovinezza avventurosa entrò in religione e partì missionario per l’Oriente, lì fece altre esperienze a dir poco movimentate e infine, rinnegato il cattolicesimo e fattosi musulmano, si improvvisò appunto profeta e guerriero. L’intento dell’autrice, Serena Vitale, slavista ed esperta di storia e letteratura russe, è capire quanto ci sia di vero dietro questa “leggenda”. Il libro veniva recensito molto positivamente (anzi, in modo a dir poco entusiasta) dal Corriere della Sera in un articolo del 2007. Ha preso la polvere nella mia libreria a lungo prima che mi decidessi a iniziarlo; un po’ mi avevano stupito i giudizi per lo più negativi che leggevo in giro su siti quali aNobii o Goodreads, ma dirò la verità, non ne facevo gran conto: pensavo che potessero attribuirsi al fatto che molta gente aveva creduto di avere per le mani un romanzo storico e invece si era trovata spiacevolmente sorpresa e delusa dal fatto che il testo era in realtà un saggio, sia pure scritto in modo più fascinoso e intrigante. E d’altra parte la recensione di cui sopra lo definiva addirittura “splendido”! E quindi ecco, un intrigante mix di invenzione letteraria e di documenti di prima mano su un episodio minore ma sicuramente denso di fascino e dal gusto dell’esotico e dell’avventuroso: cominciamo!

… E, dopo ben dodici giorni (tempo lunghissimo per me), arriviamo alla conclusione, ma… CHE FATICA!!! Ma chi me lo ha fatto fare??? L’imbroglio del turbante è stato a un passo dall’entrare a far parte dello sparutissimo club dei libri da me abbandonati prima di essere stati terminati. A dire il vero ora mi fa fatica anche scriverne una recensione tanto articolata, quindi sarò più breve del solito.

Quando dirò, in futuro, che la scrittura eccessivamente svolazzante e letteraria nuoce alla comprensione di un testo saggistico, sarò forse tacciata di aridità e scarsa poeticità, ma potrò portare questo libro come esempio: se infatti la prima parte, con il continuo rimbalzare da una corte all’altra, da una sede diplomatica all’altra, dalla reggia di Caterina II alle fortezze russe nel Caucaso, dalla Istanbul degli ambasciatori e delle spie ai conventi domenicani in Asia e alle pagine delle gazzette e dei fogli di notizie europee, riesce, proprio grazie al suo tono suggestivo ed evocativo e ai continui “stacchi”, a dare l’idea di un’eco di notizie lontane, confuse, che arrivano frammentarie, fraintese, a grande distanza di tempo dai fatti e di volta in volta contraddicono quanto si sapeva prima… nella seconda parte, quella relativa all’indagine fatta dall’autrice per tentare di capire quanta verità c’è nella storia di Mansur-Boetti… nella seconda parte non si capisce (io non ho capito) un accidenti di niente delle ipotesi e contro-ipotesi e delle fonti utilizzate e perché le sembrano attendibili e perché no, e dove le ha trovate e quali sono i suoi corrispondenti, e se poi ci aggiunge dieci righe fantasiose e immaginifiche con voli della sua fantasia che non c’entrano nulla, il lettore si ritrova ancora più spiazzato e, francamente, arcistufo di questa cosa che non è un romanzo e non è un saggio storico e non è neanche un libro di memorie di esperienze dell’Autrice in giro per vari archivi russi e italiani e francesi e turchi. Quando poi si ammette candidamente di avere “un po’ giocato” con il testo di una delle fonti principali della vicenda, la presunta Relazione sulle imprese di Boetti conservata all’Archivio di Stato di Torino, per renderla più vivace e meno scialba (p. 190), il povero lettore non capisce più dove finisce l’invenzione romanzesca e dove inizia la ricerca storica (preciso comunque che quelli un po’ modificati e interpolati con altri scritti che non c’entravano nulla sono i brani meno “importanti” per il seguito della vicenda, la giovinezza di Boetti prima del suo arrivo come missionario in Oriente, e che subito dopo questa ammissione l’autrice aggiunge che ora che le cose si fanno più serie le sembra “opportuno ridare voce soltanto ai documenti”… ma tant’è, la sensazione sgradevole rimane).

Un po’ meglio verso la fine, con il racconto della guerra russo-turca del 1787.

Serena Vitale, L’imbroglio del turbante, voto = 2,5/5
Per acquistarlo on line (edizione tascabile)

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3 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana, Storia moderna

3 risposte a “L’imbroglio del turbante

  1. Finrod

    salve, se dopo questi anni ti interessa ancora la figura di Giovanni Battista Boetti, esiste un libro di lettura molto più facile, pubblicato a metà anni ’90, qui il commento che ho appena pubblicato su goodreads:
    https://www.goodreads.com/book/show/20565852-mansour-il-profeta-la-leggendaria-storia-d-uno-sceicco-piemontese-del
    🙂

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