Le calligrafie del corvo

A partire dalla fine degli anni novanta, presi l’abitudine di ritagliare e conservare alcuni articoli di particolare interesse tratti da quotidiani e riviste che circolavano in casa: approfondimenti storici, recensioni di libri, notizie curiose o stravaganti, casi di cronaca che mi avevano colpito. Ho riempito due bei raccoglitori ad anelli con questi ritagli; ora che da alcuni mesi siamo abbonati alla versione digitale del Corriere della Sera, accanto agli innegabili vantaggi e al comfort che questa scelta ha comportato, c’è da registrare però anche la fine dell’incremento di questa collezione (a meno che non stampi ogni volta gli articoli interessanti e li metta via, ma non ha lo stesso fascino). Ora che ci penso, vuol dire anche che non potrò più inserire all’interno del libro il corrispondente articolo di giornale o rivista che per primo me lo aveva fatto scoprire, che era un buon sistema per tenere traccia delle svariate fonti degli spunti per nuove letture.

Della mia collezione fa parte anche un articoletto ritagliato dal Corriere dell’Umbria dell’8 gennaio 2003 intitolato “Lettere anonime dal proprio coinquilino”: in breve, riferisce di un curioso caso che all’epoca si verificava in un condominio della periferia perugina, in cui a tutte le inquiline donne venivano periodicamente inviate dolci lettere d’amore firmate da un ignoto “ammiratore” che diceva di abitare nello stesso palazzo. La cosa andava avanti da un po’, a quanto si leggeva nell’articolo, rendendo i vari mariti e fidanzati sospettosi l’uno dell’altro. Una notiziola di colore, forse uno scherzo (spero non vi siano stati strascichi più sgradevoli), che poteva trovare spazio solo sulle colonne di un giornale locale: non ne ho mai saputo l’esito, se sia mai stato scoperto l’autore delle lettere, comunque ricordo di aver pensato che un caso simile poteva fornire lo spunto per una gradevole commedia al cinema…

In ogni caso, questo lungo preambolo si giustifica perché è questa piccola storiella che mi è tornata in mente leggendo del saggio Le calligrafie del corvo, di Francette Vigneron, che trattava di un fatto realmente accaduto negli anni venti in un paesino francese, Tulle: anche qui si parlava di numerose lettere anonime spedite regolarmente per anni da un autore misterioso ai suoi concittadini, solo che queste non erano piene di frasi galanti e tenere, ma di minacce e insulti, e rivelavano alcuni segreti inconfessabili delle brave famiglie borghesi del paese.

Era uno dei saggi entusiasticamente ed enfaticamente consigliati dal critico letterario A. D’Orrico su “Sette” per l’estate 2011, e nonostante i toni di costui mi infastidiscano parecchio e le sue scelte spesso non mi convincano affatto, questo libro pareva interessante. In effetti, non ha deluso le attese: belli questi saggi che pescano negli archivi per restituirci le fasi di inchiesta e processuali di significativi casi del passato (mi riferisco anche a Omicidio a Road Hill House, e ne ho già acquistato un altro molto —troppo?— simile, Il magnifico Spilsbury ovvero Gli omicidi delle vasche da bagno), e qui c’è persino un lungo capitolo sulla perizia calligrafica in cui si confrontano la scrittura delle lettere e quelle di alcuni sospettati che fa la gioia di chiunque abbia studiato paleografia.

La prima parte del libro ha il ritmo e l’atmosfera di un thriller; l’autrice sceglie di far partire la sua ricostruzione dalla fine del 1921, quando ormai le lettere circolano da anni e l’esasperazione degli abitanti di Tulle è giunta al culmine, tanto che il misterioso autore delle missive, che si fa chiamare “Occhio di Tigre” (si tratta di una pietra dura e molto tagliente; il “corvo” del titolo italiano è dovuto a un film francese del 1943 liberamente ispirato a questi fatti, intitolato appunto Il corvo, di Henri-Georges Clouzot), fa la sua prima vittima: un uomo, il cui nome e quello di sua moglie in alcune lettere venivano falsamente indicati come quello dell’autore (“L’Occhio di Tigre sono io, monsieur G.” o “madame G.”), non regge alla vergogna e ha un crollo nervoso, per poi morire poco dopo. Le lettere non si fermano, però ormai gli inquirenti, che hanno sempre resistito alle pressioni dell’opinione pubblica che indicava con insistenza il colpevole più “facile”, hanno una pista e difatti, nei primi mesi del 1922, l’Occhio di Tigre viene smascherato.

Da qui si passa a dipanare l’intricato groviglio di gelosie e rivalità che negli anni ha prodotto questo scandalo, tornando agli anni della guerra fino a giungere al cuore di un torbido triangolo amoroso e di un vero e proprio caso di “attrazione fatale” e ossessiva, tale da spingere qualcuno a seminare, con metodo e astuzia, rabbia, sospetti e panico nell’intera comunità per un tempo così lungo per cercare la propria vendetta e la rovina del rivale.

Infine, seguiamo l’appassionante processo che ne derivò, con l’imputato ostinatamente deciso a proclamare la sua innocenza, le visite mediche per accertarne la presunta infermità mentale (con uno squarcio sugli inquietanti metodi di diagnosi dell’epoca), le tante testimonianze dell’accusa, le tragiche ripercussioni dello scandalo sulla famiglia del colpevole.

Le lettere vere e proprie sono trascritte in ampi stralci soprattutto in due punti del volume, scelti strategicamente e posizionati in modo abile ed efficacissimo: subito, nelle prime pagine, quando siamo stati appena risucchiati in questo dramma collettivo e neppure noi, impotenti, sappiamo dare un volto all’autore di questi attacchi, e in fondo, nell’appendice, quando ormai abbiamo scoperto l’identità del colpevole e tanto più quelle pagine ci sconvolgono, ci rattristano e ci spaventano. Pagine e pagine di insulti e rivelazioni che spesso si ripetono ossessivamente con le stesse parole, in toni ora violenti, ora beffardi, ora sarcastici, ora velenosi, ora feroci, cattiverie e meschinità talvolta ridicole che però sono intrise di una carica tale di rabbia e malignità che leggerle, anche se sono passati decenni, anche se non conosciamo nessuna delle persone coinvolte, dà uno sgradevole senso di nausea, “vertigine” e inquietudine.

Il libro è abbellito da fotografie dei protagonisti e dei luoghi della vicenda e da una mappa (che mi sarebbe stata utile ma ho scoperto solo a lettura conclusa, “nascosta” com’è nel risvolto di copertina), comprende una postfazione di Goffredo Fofi che sinceramente… non sembra ben centrata sull’argomento (parla della rappresentazione del Male nel cinema? Si ricollega probabilmente al film Il corvo di cui dicevo prima, la cui trama comunque dai fatti di Tulle prende solo lo spunto poi molto liberamente elaborato) e purtroppo ha una serie di erroretti qua e là estremamente insidiosi perché rischiano di confondere la ricostruzione della vicenda (soprattutto date evidentemente sbagliate, forse per distrazione dell’editor).

Francette Vigneron, Le calligrafie del corvo (trad. Laura Berna), voto = 4/5
Per acquistarlo on line

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