L’albero dei giannizzeri

Avete presente quei libri che ti prendono subito, fin dalla prima pagina, che non riesci a mettere giù? Ecco, L’albero dei giannizzeri non è di questo genere. La storia dei miei ripetuti approcci al primo episodio della serie dell’investigatore eunuco Yashim è abbastanza buffa: penso di aver provato almeno tre volte, in passato, a iniziarlo, e mi sono sempre fermata dopo le ultime righe di pagina 7, irritata al massimo per il tono affettato, supponente e artificioso della scrittura e per il patetico tentativo di chiudere il capitolo con una “fine” battuta di spirito (che non faceva ridere).

Stava diventando un problema, un blocco psicologico. Ci ho riprovato di nuovo qualche giorno fa, mi serviva qualcosa di intellettualmente non impegnativo, un romanzo, non troppo voluminoso, che occupasse questo ultimo weekend di ottobre, e, finalmente, ho superato il fatidico ostacolo di pagina 7; non solo, sono arrivata fino alla fine, alleluia! Ora il dorso giallo dell’edizione Einaudi dalla bella copertina non mi guarderà più dalla libreria con l’aria di attendermi al varco (anzi, forse a breve non si troverà proprio più sullo scaffale…). Le righe che seguono contengono alcune anticipazioni sulla trama.

Siamo a Istanbul, nel 1836: l’Impero ottomano sta vivendo la sua fase di decadenza, sono lontani i tempi in cui le sue armate sembravano a un passo dallo schiacciare l’Europa cristiana. Il sultano Mahmut II ha in progetto, per modernizzare il regno, una serie di riforme, che chiaramente ad alcuni non piacciono affatto. Indovinate allora cosa succede? Indovinato: “una serie di omicidi misteriosi scuotono [sic!] il Palazzo”. A indagare viene chiamato il sagace e intuitivo Yashim, un eunuco di circa quarant’anni che poco a poco svelerà una trama di complotti legata all’antico corpo militare dei giannizzeri, che un tempo erano gli arbitri della politica dell’impero e che una decina di anni prima erano stati spazzati via dal nuovo esercito ottomano perché diventati troppo potenti, e che bla bla bla bla…

Dell’intreccio giallo, poco ce ne cale, davvero. Che pizza questi gialli storici in cui è d’obbligo sbrodolarsi in descrizioni, in cui ogni tot pagine bisogna inserire una nuova vittima, in cui improbabili personaggi fanno i detective dilettanti, in cui da incidenti minimi si scoprono invece indicibili complotti. Come al solito, il meccanismo dell’indagine non coinvolge e si sente che non è stato architettato da un “esperto” del genere (l’autore è uno storico britannico), capace di incastrare tutti i pezzi, le informazioni apprese dagli altri personaggi, quelle lasciate cadere qua e là dal narratore, gli sviluppi degli eventi, in modo armonioso e non forzato nell’ingranaggio. Che poi, se nella storia introduci un numero abbastanza limitato di personaggi (di personaggi di un certo peso, quanto meno), e visto che si sa, perché si sa, che in questi romanzi il “colpevole” deve essere per forza uno di loro, scartati quelli ovviamente da escludere il finale non riserva mai grosse sorprese. Acquistai il libro poco dopo la sua uscita in Italia, nel 2006, attirata dalla sua ambientazione effettivamente ancora poco sfruttata, almeno per quanto ne sapessi, e ricca di fascino: e però, se mi credete, già poco tempo dopo mi era sorto il sospetto di essermi fatta abbindolare dall’ennesima “sòla” (tanto è vero che, come detto, ci ho messo cinque anni per riuscire a leggerlo).

Qualcosa di molto brutto e inutile e imbarazzante avviene all’incirca a pagina 250, quando la solita bomba sexy va a letto con il protagonista: perché? Boh, perché è obbligatorio per contratto inserire una scena di sesso a metà romanzo? Perché, comunque, esisteva quel personaggio femminile, a parte consentire all’autore di dispiegare tutta la consueta aggettivazione sulle spalle candide, i seni sodi, le gambe tornite, eccetera? Visto che, a parte andare a letto con Yashim e fare il bagno nuda nell’harem, non fa nient’altro? Mah. In quel punto è crollata la speranza di leggere qualcosa di più di un dimenticabile prodotto di consumo e andare avanti nella lettura e finire è diventato un “dovere” da sbrigare il più in fretta possibile. E i capitoletti di 2-3 pagine sono in-sop-por-ta-bi-li: sono capace di mantenere la concentrazione anche più a lungo, grazie. Anzi, così facendo il ritmo della tua storia va a farsi benedire, Goodwin. Ho qualche dubbio, infine, che a Istanbul si usasse contare gli anni secondo l’era cristiana (i personaggi parlano dell’ann0 1815, dell’anno 1677… Ma non dovrebbero utilizzare il calendario islamico, che fa iniziare il computo degli anni dalla data dell’egira? Che sia anche questa una riforma imposta dal sultano per “occidentalizzare” l’impero? Che sia invece un erroraccio dell’autore? O che Goodwin non abbia voluto complicare troppo le cose per il lettore non esperto? Non sono sicura).

La stranezza è che, almeno nella prima parte, il pregio di questo romanzo stava dove, di solito, in altri libri dello stesso genere, colgo più spesso difetti e lungaggini: le descrizioni della città di Istanbul, delle sue ritualità quotidiane, di questo o quell’ufficio di amministrazione della città (e ci sono persino delle scenette ambientate nell’archivio del sultano, anche se nel libro viene continuamente chiamato indifferentemente archivio e/o biblioteca!), dei quartieri e delle loro attività tipiche, e anche, strano a dirsi, gli inserti dell’autore contenenti informazioni storiche “grezze”, non inserite nel flusso della narrazione ma piazzate lì, con tono da libro di testo. Altrove mi sembrano forzate e didascaliche, qui erano invece gradite perché sulla storia dell’impero ottomano, specialmente degli ultimi secoli, ho una preparazione di livello molto elementare.

Ovviamente, la serie di Yashim è proseguita con altri “avvincenti” romanzi. Non penso che li leggerò. Piuttosto un saggio sulla storia dell’Impero ottomano, se ne trovo uno agile e dalla scrittura vivace.

Jason Goodwin, L’albero dei giannizzeri (trad. Cristiana Mennella), voto = 2/5
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