Le isole degli schiavi

L’ultimo capitolo della “Trilogia degli schiavi” di Thorkild Hansen si apre, significativamente, con una frase quasi identica a quella con cui iniziava il primo, La costa degli schiavi: “Avevamo un forte in Africa”. Il ciclo continua, così come nei secoli passati la “rotta triangolare” (Copenhagen-Guinea-Indie occidentali) veniva percorsa incessantemente avanti e indietro rinnovando ogni volta lo strazio delle sue vittime: “Avevamo un forte a Saint Thomas”.

L’atmosfera, nelle isole coloniali danesi (le attuali Isole Vergini americane), è però diversa da quella incontrata sulle coste della Guinea o a bordo delle navi negriere: là trovavamo spesso avventurieri, rozzi e bruschi soldati, finiti a migliaia di chilometri da casa in una terra ostile o nel mezzo dell’oceano. Qua invece vi sono un paese ameno e fertile e la ricchezza e lo sfarzo degli “utilizzatori finali” della manodopera nera, i grandi proprietari delle piantagioni di zucchero e i governatori delle colonie. Questi “paradisi naturali” fanno da sfondo all’ultimo atto del dramma, che non è comunque meno brutale, anzi. È questo il punto della rotta triangolare in cui, come dice efficacemente Hansen, l’“amaro” della tratta degli schiavi si converte, grazie alla loro forza lavoro gratuita, nel “dolce” dello zucchero coltivato nelle enormi piantagioni e nei milioni di corone che i piantatori ne ricavavano come profitto dalle vendite in Danimarca. La manodopera nera era niente più che uno strumento da sfruttare fino alla sua estrema consunzione e da sostituire poi con altri del carico successivo proveniente dalla Guinea, per questo non era considerato conveniente o opportuno assicurarle condizioni di lavoro decente e adeguato sostentamento. E, per prevenire le inevitabili rivolte, l’unico mezzo concepibile non poteva che essere l’estrema severità e spietatezza delle punizioni.

Un’altra differenza è che qui, finalmente, ascoltiamo anche una voce che nei libri precedenti aveva dovuto necessariamente tacere, vista l’assenza di fonti che la tramandassero: quella degli schiavi. La figura che si staglia con maggior forza è sicuramente quella della guida della grande rivolta di Saint John del 1733, Kong Juni, capo-tribù africano che cercò di contrastare i padroni con gli stessi metodi che usava nelle sanguinose guerre tra fazioni nella sua terra, tenne in scacco per mesi le autorità danesi e scelse infine di suicidarsi piuttosto che essere di nuovo catturato. Di contro, danno una sensazione di profonda mestizia e inquietudine le lettere degli schiavi battezzati e “liberati” dall’idolatria, cui veniva (per la seconda volta?) cambiato nome e inculcata l’insegnamento “cristiano” della giustezza della loro condizione di schiavi e del sacro dovere dell’ubbidienza e che pertanto, come constata con amara ironia l’autore, finivano per parlare “come i loro padroni”:

“In quel tempo mi chiamavano Harry”, racconta uno schiavo dei campi. “Ero un negro cattivo, e avevo giurato di ribellarmi ai miei padroni. Ma ora che mi chiamo Henrik e ho cominciato ad andare in chiesa e a parlare con i Fratelli [i missionari di Herrnhut] della mia anima crudele, il Redentore ha lavato tutti i miei peccati con il suo sangue, perciò ho potuto promettere al mio padrone che sarò il suo schiavo fedele per tutto il resto della mia vita”. (p. 230)

Raccontandoci questa sequela amarissima di secolari sofferenze e violenze, oppressioni, ritorsioni e ingiustizie contro questa moltitudine di morti dimenticati, in definitiva, così come scrive Goffredo Fofi nella sua postfazione al secondo volume della Trilogia, Le navi degli schiavi, uno dei temi-chiave che l’autore solleva è il peso della responsabilità individuale nella responsabilità collettiva: presentandoci tante figure diverse, Hansen vuol farci vedere come ciascuno di questi uomini ha saputo e voluto comportarsi di fronte all’ingiustizia di cui era vittima o complice più o meno attivo: negandola, giustificandola, combattendola con uguale violenza e ferocia o impegnandosi con tutte le proprie forze a porvi fine.
Si può davvero dire, d’altronde, che ognuno dei presenti in questa vasta galleria di personaggi energici, brutali, disperati, cinici, idealisti, violenti, pietosi, meschini e opportunisti o coraggiosi, vincenti o (più spesso) sconfitti, a volte incompresi e dimenticati, meriterebbe un libro a sé che ne narrasse la storia: alcuni già noti, il “duro” e carismatico governatore Jens Adolf Kiøge, impegnato in una guerra sanguinosa contro la bellicosa popolazione africana degli Awuna, il suo improbabile amico, il mite e gentile chirurgo e appassionato di botanico Paul Erdmann Isert, ammiratore di Rousseau, che visse sulla propria pelle l’esasperazione e la violenza a cui gli schiavi potevano essere condotti dalle loro atroci condizioni di vita (fu quasi ucciso nel corso di una rivolta scoppiata a bordo della nave che lo conduceva nelle Indie occidentali danesi) e per primo si impegnò a denunciare la pratica dello schiavismo e a instaurare in Africa una pacifica convivenza fra le due comunità di bianchi e neri, finendo in modo misterioso i suoi giorni, forse avvelenato dai suoi nemici, il mozzo Johansen che al suo primo viaggio per nave incappò subito in un feroce uragano e poi scalò rapidamente la gerarchia fino a divenire capitano, altri due capitani, molto diversi fra loro, Anders Pedersen Wærøe, che percorse tra mille peripezie l’intera rotta triangolare, fu catturato dagli spagnoli, subì un processo in Danimarca e finì in Guinea come governatore, dove “sua moglie perse la ragione, le sue figlie conducevano una vita dissoluta e tutti si aggiravano ubriachi e farneticanti come selvaggi” (questa storia, purtroppo, non ci viene mai narrata per esteso!), e Johan Frantzen Ferentz, che con sangue freddo e decisione represse una rivolta a bordo impedendo che finisse in un bagno di sangue, il pastore Hans Christian Monrad, che in Guinea si spingeva nelle sue esplorazioni solitarie per entrare in contatto e fare conoscenza con le popolazioni locali, l’ultimo governatore Edward Carstensen, che si trovò a gestire l’abbandono delle colonie danesi in Africa, e da ultimi i nuovi arrivati de Le isole degli schiavi, il severo e solitario Jørgen Iversen, iniziatore della tratta, il “grigio” e spietato burocrate Philip Gardelin, il già ricordato Kong Juni e la sua brutale ribellione senza speranza, Nikolaus Ludwig von Zinzendorf e la sua rigidissima e alquanto anomala comunità missionaria di Herrnhut, il missionario “ribelle” e imprenditore Johann Gottlieb Lehman, il cinico e tormentato creolo Samuel Hector, istigatore di un altro moto di rivolta nel 1759, il giudice Engelbret Hesselberg che applica le sue sentenze con un razionalimo disumano e glaciale, l’ambizioso e frustrato rettore Hans West, il dinamico, anticonformista e controverso governatore Peter von Scholten, che nel 1848 decise di abolire finalmente la schiavitù, e il suo forse segreto “alleato”, il “generale” Buddo, che guidò la prima protesta pacifica degli schiavi. Di tutti questi (e altri), che indubbiamente si prestano a essere trattati anche come personaggi “da romanzo” (e sicuramente in molti punti la lettura assume l’andamento e il gusto per il racconto e per la suspence tipici di un vero e proprio romanzo d’avventura), Hansen comunque non trascura mai di analizzare la componente “morale” del peso delle loro scelte e delle loro azioni.

“Avevamo un forte in Africa” e “Avevamo un forte a Saint Thomas”, così dunque Hansen fa iniziare rispettivamente La costa degli schiavi e Le isole degli schiavi: l’ultimo capitolo di quest’ultimo però si apre significativamente con la frase “Avevamo alcune scuole a Saint Croix”. Sono quelle che il governatore Scholten aveva voluto per i figli degli schiavi neri, convinto che la libertà vera e duratura si conquistasse solo imparando l’alfabeto e le tabelline. Nel corso dei decenni, la Danimarca non ha mai seriamente fatto fronte alle responsabilità che aveva verso i suoi nuovi cittadini i cui antenati aveva condotto in quelle isole in catene, fino a disinteressarsi del tutto della loro sorte vendendo le ex colonie agli Stati Uniti nel 1917. Hansen però nel 1970 (anno di pubblicazione del libro) con questa frase indicava probabilmente una soluzione ai problemi che ancora ai suoi tempi affliggevano quelle popolazioni e, ancora oggi, tante altre in altre parti del mondo.

Ho solo due piccoli appunti da fare: perché l’insistenza nello scrivere numeri come ventiduemilasettecentocinquantasei tutti in lettere, mentre era tanto più comodo da capire 22.756, e com’è possibile che non ci si sia accorti dei tanti errori (“un’altro“???) sparsi qua e là?

Thorkild Hansen, Le isole degli schiavi (trad. Maria Valeria D’Avino), voto = 4/5
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