La costa degli schiavi

Quando, a novembre 2010, passai qualche giorno a La Spezia per partecipare a un concorso, passeggiando con un’amica in una libreria del centro notai i tre volumi della cosiddetta “Trilogia degli schiavi” dello scrittore danese Thorkild Hansen: La costa degli schiavi, Le navi degli schiavi e Le isole degli schiavi. Sulla quarta di copertina si poteva leggere che, mischiando sapientemente fonti d’archivio e narrazione, erano fra i primi esempi del genere del “romanzo documentario” e “uniscono accuratezza storica, avventura e una meditazione sulla condizione umana”. Non li acquistai subito, ma mi ripromisi di farlo in un successivo ordine on line.

Scritta alla fine degli anni sessanta, la Trilogia, come è intuibile fin dai titoli dei libri, dà un’esaustiva panoramica di tutte le fasi del fiorente traffico di uomini che vide protagoniste le navi negriere danesi dalla fine del XVII secolo alla metà del XIX: l’acquisto della “merce” dai possedimenti della Guinea (l’attuale Ghana), la traversata oceanica e infine l’impiego degli schiavi nelle piantagioni delle isole americane di proprietà danese.

Thorkild Hansen (1927-1989) ebbe la prima ispirazione per la stesura di quest’opera dopo una visita ad Auschwitz; la lettura dei suoi libri fu un violento schiaffo per il pubblico danese che, fino a quel momento, aveva vissuto nella consolatoria convinzione di essere stato il primo popolo a vietare la tratta degli schiavi, nel 1792, in un certo senso auto-assolvendosi o limitando le proprie responsabilità: leggendo i testi di Hansen, però, si scopre che le cose sono più complicate, che il divieto fu applicato in ritardo e con molti limiti, e che soprattutto farlo rispettare non fu sempre facile o sentito come una priorità. Ma andiamo con ordine.

Forse sarebbe più giusto dare una recensione globale dell’intera trilogia, tanto i tre libri sono intimamente legati fra loro, ma intanto ecco quella del primo volume, La costa degli schiavi (e mettiamo in conto di dover essere costretti ad alcune ripetizioni nei post successivi). Al centro dell’attenzione vi sono qui i traffici che si svolgevano nei forti danesi dislocati lungo la riva dell’oceano, e soprattutto gli uomini che li ponevano in essere. Sulla costa arrivavano le colonne di prigionieri provenienti dalle zone dell’interno, qui venivano ispezionati, selezionati ed eventualmente acquistati, qui attendevano rinchiusi di essere di nuovo rivenduti e caricati sulle navi per le Americhe. Qui sbarcavano i funzionari inviati da Copenhagen o gli avventurieri in cerca di fortuna, qui si svolgevano le battaglie che periodicamente vedevano contrapposti lo sparuto numero di colonizzatori bianchi di stanza nei forti e le tribù dell’interno con le quali non stavano al momento facendo lucrosi affari.

Il libro scorre su un doppio binario: da una parte vi è il resoconto del viaggio che Hansen fa in prima persona attraverso i luoghi che secoli prima hanno assistito a questa tragedia, forti abbandonati e in rovina o convertiti ad altri usi, abitazioni più o meno intatte, strade che si inoltrano nella foresta tropicale, villaggi, vecchi cimiteri, e dei suoi colloqui con gli abitanti del Ghana attuale. Dall’altra, l’autore, recuperando diari, lettere, relazioni ufficiali, registri contabili, libri di memorie, fa parlare i protagonisti del passato: pastori della missione danese, mercanti di schiavi, soldati, medici, funzionari, governatori della colonia, ciascuno di loro, per momenti diversi della secolare storia della presenza danese in Guinea, dagli inizi all’abbandono dei territori, fornisce il proprio contributo per la ricostruzione dell’intero quadro. Solo le migliaia di prigionieri neri erano, e sono rimaste, senza voce.
A volte i due binari della narrazione si incrociano in modo inaspettato, in una sorta di impossibile annullamento delle barriere del tempo, come in un bel brano quando, seduto da solo a fumare fra le rovine di un vecchio forte nella foresta, Hansen immagina di vedersi venire incontro il mercante di schiavi settecentesco Ludewig Ferdinand Rømer, col quale inizia una specie di intervista/colloquio. Generalmente però prevale il metodo di citare direttamente la fonte; ciascun capitolo è dedicato grosso modo a un diverso personaggio: “Gente comune. Buona e cattiva, ma per lo più buona. Forte e debole, ma per lo più debole. Nessuno si è mai interessato alle loro storie, ma loro hanno visto tutto” (p. 30). Di costoro l’autore, concedendosi qualche licenza poetica, cerca di far emergere anche le emozioni, i pensieri, le aspirazioni, le motivazioni che li hanno spinti a raggiungere quella terra lontana, le riflessioni che quanto avveniva davanti ai loro occhi suscitava, o non suscitava, loro, le giustificazioni che pensavano di darsi, le ribellioni che potevano, o no, nascere nel loro animo.

La parabola della presenza danese in Guinea e del relativo traffico umano da essa promosso, dagli inizi disorganizzati e in mano all’iniziativa privata all’intervento statale e alla cosiddetta “epoca d’oro”, dal divieto del 1792 e la farsa della sua non-applicazione al progressivo disinteresse della madrepatria nel XIX secolo fino alla vendita dei territori agli inglesi nel 1850, è spiegata con molta chiarezza (i riferimenti alle fonti e ai testi citati avrebbero potuto essere più precisi, ma d’altronde Hansen non era uno storico), il contesto ben illustrato e i numerosi fattori che entravano in gioco in questo colossale giro d’affari ben presentati. Interessante l’esposizione di aspetti meno noti della questione, come il fatto che erano gli stessi africani a partecipare attivamente alla compravendita dei loro consimili, in cambio di armi usate negli innumerevoli conflitti tribali, vincendo i quali era possibile assicurarsi un bottino di prigionieri da scambiare con altre armi, che servivano a procurarsi ancora prigionieri… e così via in un circolo vizioso senza fine.

Come detto, però, questo non è un saggio storico vero e proprio, ma una riflessione sulla malvagità umana e un romanzo costruito sui documenti, e alcuni passi, come la battaglia contro gli Awuna, sono appassionanti proprio al pari di un romanzo grazie al pathos e al coinvolgimento che le vicende individuali conferiscono alla lettura: bella e tragica infatti la storia della strana amicizia tra due uomini tanto diversi come l’energico e carismatico governatore Jens Adolf Kiøge (1746-1789), che con la sua azione riuscì a conquistare un importante territorio e a creare le basi per il periodo più fiorente del commercio di schiavi, e il mite dottore Paul Erdmann Isert (1756-1789), uomo di scienza e ammiratore di Rousseau, che invece fu il primo ad impegnarsi in una lotta senza speranze per abolire la schiavitù e promuovere una pacifica convivenza tra le comunità bianca e nera. O la storia dell’ultimo governatore della Guinea Danese, Edward Castensen (1815-1898), impegnato, negli anni quaranta del XIX secolo, a far rispettare il divieto contro il traffico degli schiavi e a cercare di convincere il governo di Copenhagen che la presenza dei bianchi laggiù poteva ormai avere ancora senso solo se si fossero adoperati per avviare sul serio un processo di acculturazione e crescita delle popolazioni locali, sforzi anche questi non compresi dai suoi compatrioti o boicottati dagli stessi capi indigeni. E infine, mentre della moltitudine anonima vittima di quel traffico non avremo mai una testimonianza diretta, sembra simbolicamente appropriato chiudere il libro con la vicenda degli unici due schiavi saliti a bordo delle navi danesi di cui si sappiano il nome e il destino finale, e che furono poi anche gli ultimi, il capo Adum e il suo consigliere Sebah Akim: arrestati per ordine di Carstensen per il barbaro assassinio dei figli di un capo rivale, la condanna a morte venne poi commutata in deportazione con gli altri schiavi nelle colonie americane; giunti lì, però, si ritenne più prudente spedirli in Danimarca per far loro scontare l’ergastolo: e così, i due africani si ritrovarono nella fredda Copenhagen, oggetto di grande curiosità, fino a quando non fu lo stesso Carstensen, quando la Danimarca stava ormai smobilitando i suoi possedimenti africani per far posto ai nuovi proprietari inglesi, a premere perché ottenessero la grazia e potessero far ritorno al loro paese, dove vissero ancora molti anni.

L’edizione Iperborea è molto elegante (anche se nell’Indice in fondo al volume viene saltato completamente un capitolo) e arricchita da illustrazioni dei luoghi toccati nel viaggio eseguite dalla prima moglie dell’autore, Birte Lund, e da una postfazione con qualche informazione sull’opera di Hansen firmata da Maria Valeria D’Avino (che è anche la traduttrice). Utilissima la mappa alle pp. 32-33 (rimasta nell’originale danese, ma comunque comprensibile).

Thorkild Hansen, La costa degli schiavi (trad. Maria Valeria D’Avino), voto = 4/5
Per acquistarlo on line

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