Omicidio a Road Hill House

Questo saggio ricostruisce, in maniera puntuale e appassionante, un tragico e celeberrimo fatto di cronaca nera avvenuto nell’Inghilterra vittoriana: nella notte fra il 29 e il 30 giugno 1860, nella sontuosa Road Hill House, nel Wiltshire (oggi Somerset), dove vive la numerosa famiglia Kent, qualcuno rapisce dal suo lettino il piccolo (3 anni) Francis Saville Kent, il cui cadavere verrà trovato il giorno seguente poco lontano. Pur essendo fin troppo chiaro che l’assassino può essere stato solo qualcuno che era già all’interno della casa, e cioè o i familiari o il personale di servizio, la polizia locale si dimostra incompetente o timorosa di far scoppiare uno scandalo, per cui da Scotland Yard viene inviato il più abile “detective” dell’epoca, Jonathan Whicher detto “Jack”, uno dei primi del genere, visto che la sezione investigativa era stata fondata da pochi anni. Questi, nel corso della sua inchiesta, si dovrà scontrare non solo contro le reticenze dei sospettati, ma anche contro la violenta ostilità dei colleghi del posto, del pubblico, della stampa, mettendo a rischio la propria carriera.

Oltre che sui documenti d’archivio, l’autrice, Kate Summerscale, si basa, per la sua ricostruzione, sui numerosissimi articoli di giornale apparsi sulla vicenda, ma utilizza anche, per ricreare il contesto e l’atmosfera, le suggestioni presenti nel mondo letterario: la passione per le “detective stories”, la fascinazione e la curiosità per la nuova figura dell’investigatore, l’interesse eccitato per i casi di cronaca nera, i cui resoconti erano rapidamente divulgati attraverso la stampa autorevole ma anche da quella di infima qualità e sfruttati dai romanzacci d’appendice, erano allora agli inizi, e dalle opere di Wilkie Collins, Charles Dickens, Edgar Allan Poe e altri, è possibile ricavare quanto gli scrittori abbiano attinto da questo e altri fatti di cronaca, ma contemporaneamente anche quanto i loro racconti e romanzi contribuissero a creare aspettative e curiosità nel pubblico e a dotare questo degli strumenti con cui leggere questi casi alla luce del nuovo genere del “giallo”.
Dalla lettura emerge un vivido ritratto della società dell’epoca vittoriana, con le sue convinzioni, i suoi pregiudizi, le sue paure, le sue regole oppressive, eppure ciò che mi ha più colpito in questo fatto avvenuto più di un secolo fa è come ancora le reazioni di allora riescano a riflettere in modo inquietante quelle della società attuale: si ritrovano qui molti elementi che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni assistendo ai baracconi allestiti attorno ai casi di Cogne, Garlasco, Perugia, Avetrana, ecc. Per cominciare, la quantità di segreti, odii, pulsioni proibite che si possono nascondere dietro le facciate rispettibili delle famiglie (allora una tipica famiglia vittoriana inglese, considerata la cellula fondamentale dell’impero, presentata come modello di virtù, oggi le nostre, descritte inevitabilmente nei servizi giornalistici con il classico, irritante aggettivo “normale”…); quindi, soprattutto, l’ondata di curiosità morbosa e febbrile che si impadronisce di un’intera nazione, alla caccia di qualsiasi dettaglio stuzzicante, macabro, irriferibile (sconvolgente scoprire come, anche all’epoca, come oggi assistiamo ai fenomeni di “turismo suoi luoghi del delitto”, si fossero allestiti tour della casa, lasciata vuota dalla famiglia, trasferitasi altrove, per vedere il lettino del bambino, il luogo del ritrovamento del cadavere con le macchie di sangue ancora visibili, ecc.), la privacy barbaramente calpestata dei protagonisti della vicenda, le cui esistenze vengono sconvolte e in alcuni casi distrutte, la pressione e l’influenza deleteria degli organi di stampa e di informazione sullo svolgimento delle indagini, la diffamazione sistematica e impunita, gli attacchi preconcetti e pretestuosi contro le forze dell’ordine, persino le ingerenze della politica e l’utilizzo di elementi del processo per contrapposizioni diversissime (in questo caso, il conflitto fra Alta e Bassa Chiesa anglicana), fino ad arrivare a perdere i contorni reali della vicenda, il suo terribile impatto sulle vite delle persone coinvolte, e soprattutto a far scivolare nell’indistinto persino la vittima (così come allora, in mezzo alla frenesia della ricerca degli indizi, dello svolgimento del processo, la figura del bambino Francis Saville Kent perde di consistenza reale per diventare quasi una “figura retorica”, diciamo così, “la Vittima”, oggi, distratti dai dettagli di colore, dalle rivelazioni più o meno scandalistiche, dai talk show, non è forse accaduto lo stesso a Samuele, Chiara, Meredith, Sara?). Questo rischio è ben presente anche all’autrice di questo libro, che in un Post Scriptum vi dedica qualche riga di riflessione; il suo saggio, d’altronde, pur leggendosi davvero come un romanzo giallo, con personaggi ben caratterizzati, false piste, vicoli ciechi e colpi di scena, non trascura mai la componente umana della vicenda, seguendo le vite di colpevole, familiari, investigatore anche dopo la conclusione del caso, per vedere come questo evento sconvolgente abbia segnato per sempre le loro esistenze.

Il volume è arricchito da tavole di immagini fuori testo con belle fotografie dei protagonisti principali della vicenda e dei luoghi, utili piantine della casa dove avvenne il delitto, illustrazioni provenienti dai giornali e dai periodici dell’epoca, riferite o no allo specifico caso. L’unica scelta editoriale opinabile è non aver posizionato numeri di riferimento per le note nel corso del testo, nei punti precisi cui si riferiscono: invece, le note si trovano tutte alle ultime pagine, ma il lettore a quel punto è costretto, se vuole pienamente comprenderle, ad andare a ritroso a cercarsi i passi in questione, operazione oltre modo scomoda e che io ho deciso di non tentare neppure.

Kate Summerscale, Omicidio a Road Hill House ovvero Invenzione e rovina di un detective (trad. Luigi Civalleri), voto = 4/5
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