Alla fine di un giorno noioso

Questo romanzo è il seguito di Arrivederci amore, ciao: se non avete letto il primo, ovviamente rischiate di rovinarvi la sorpresa continuando, perché vi farò riferimento; cercherò invece di limitare, o di segnalare, le anticipazioni sul più recente.

Era da 4 stellette, forse anche 4 stellette e mezzo, nella prima metà: peccato che nella seconda parte la qualità sia scesa.

Avevamo lasciato Giorgio Pellegrini, il protagonista, quando, al funerale della sua promessa sposa (morta in un “tragico incidente”…), riceveva dal suo avvocato Sante Brianese la notizia dell’ottenimento della tanto attesa riabilitazione. Sono trascorsi dieci anni e siamo nell’Italia di oggi: il locale di Pellegrini va sempre meglio, egli è sposato con Martina, Brianese è ormai onorevole (con quale schieramento non viene mai specificato, ma si intuisce benissimo da svariati accenni). Aleggia però anche su quello che era il prospero e vincente Nordest del primo romanzo lo spettro della crisi, e Pellegrini diversifica i suoi investimenti curando un fiorente giro di escort per gli amici di Brianese. Scopre però che proprio il suo vecchio mentore e protettore sta cercando di fregarlo, sottraendogli due milioni di euro con una truffa, e di tagliarlo fuori: Giorgio Pellegrini è un elemento troppo instabile, violento e potenzialmente fuori controllo in quel sistema così perfetto e oliato giocato su regole nascoste e sotterranee, contrappesi, favori, manovre sottobanco e discrete. È pericoloso perché non accetta freni, limitazioni, compromessi. Venuto a sapere ciò, Giorgio inizia a pianificare la sua vendetta.

Come detto, la prima parte del romanzo è quasi perfetta nella sua gelida amoralità: come nel precedente libro, è sempre il protagonista in prima persona a narrare, e con un effetto straniante riascoltiamo la sua versione degli eventi accaduti nel primo romanzo (ricordare i quali, tra parentesi, era sicuramente necessario di tanto in tanto, essendo Arrivederci amore, ciao uscito diversi anni fa, ma questo dava inevitabilmente luogo a passaggi abbastanza pesanti e meccanici… o forse li ho trovati io tali semplicemente perché lo avevo ancora fresco nella memoria), le dinamiche agghiaccianti e malate del suo rapporto con la moglie, che, come sempre ha fatto con le donne della sua vita, Giorgio tende a schiacciare e dominare con sadismo (e stavolta la cosa è molto più terrificante perché la violenza non è fisica ma sottilmente psicologica, in un meccanismo di dipendenza e annullamento della volontà di lei che però, appunto, noi apprendiamo tutto dal punto di vista relativo di lui), e con la nuova amante (su cui egli può liberamente, e con il consenso della donna, sfogare le pulsioni brutali dalle quali cerca di proteggere Martina), e i particolari dei suoi lucrosi affari. In ogni cosa che fa, dunque, Giorgio procede calpestando tutto e tutti con brutalità e indifferenza, ubbidendo unicamente alla legge del più forte e all’imperativo di conservare a qualsiasi costo lo status sociale, la reputazione, la fortuna economica e il posto in quella società “bene” che si è “guadagnati”, nel terrore di vederseli portare via.
Tutto, insomma, praticamente perfetto, reso benissimo, sinistramente e perversamente coinvolgente.

Da qui in poi, RISCHIO SPOILER…

Contro chi, come detto, dopo averlo protetto ora cerca di scaricarlo, Giorgio Pellegrini è convinto di avere un’arma in più: proprio il suo essere consapevolmente “scheggia impazzita” e non riconducibile a nessun comportamento noto, il suo uso “creativo”, “anarchico”, della violenza, la sua capacità di scatenare caos e confusione. Con una serie di mosse azzardate, subdole o apertamente brutali, infatti, riuscirà a reagire, a ribaltare la situazione e a riprendersi con forza la sua posizione.

Eppure, è proprio questa seconda parte a essere la più debole del romanzo, secondo me; infatti, a mio parere, l’assunto opposto, che a un certo punto sembrava prevalere, di uno stato di corruzione forse meno imprevedibile e “fantasioso” di quello teorizzato dal protagonista, grigio, metodico, banalmente violento, ma talmente diffuso, sistematico, pervasivo, cronico, inattaccabile, riconosciuto, “rispettato”, dato per scontato, accettato da tutti, da essere capace di assorbire e neutralizzare elementi incompatibili come Giorgio Pellegrini per continuare a perpetuarsi, era anche più interessante: il protagonista sconfitto proprio dallo stato di cose che aveva contribuito a costruire e su cui fino a quel momento si era appoggiato, e che ora lo rigettava. Assistere invece, ancora una volta, alla marcia apparentemente inarrestabile e trionfale di Giorgio Pellegrini non aggiunge molto al messaggio del primo romanzo.
Oltre a questo, alcuni aspetti minori del libro mi sono apparsi poco convincenti: la tendenza ad affastellare episodi di violenza sempre più estrema fino alla saturazione, l’eccessivo spazio concesso a un filone della narrazione rivelatosi deludente, e cioè il rapporto schiava/padrone con l’amante Gemma, l’episodio, alquanto raffazzonato e stonato, per i suoi intenti quasi comici, con la moglie di Brianese, e infine l’introduzione in scena, verso la conclusione del romanzo, del solito Grande Vecchio Senza Nome che regge le fila di tutto e che è garante del mantenimento dello status quo, mal preparata perché arriva all’improvviso nelle ultime pagine come un vero e proprio “deus ex machina”.

Detto ciò, la forza e l’efficacia della scrittura di Carlotto rimangono quelle di sempre: se non ci fossero stati questi scivoloni nella trama, Alla fine di un giorno noioso si sarebbe collocato anche al di sopra di Arrivederci amore, ciao, così com’è invece li posiziono più o meno allo stesso livello, con la prima puntata che spicca per la costruzione della storia (più lineare e coinvolgente) e il seguito per lo stile ancora più glaciale e cupamente distaccato.

Massimo Carlotto, Alla fine di un giorno noioso, voto = 3,5/5
Per acquistarlo on line

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