L’eredità immateriale

Libri lungamente inseguiti che poi si rivelano, alla resa dei conti, una delusione: aggiungiamo anche questo L’eredità immateriale, che ho cercato per anni in lungo e in largo prima di accorgermi che era comodamente disponibile in una biblioteca universitaria della mia città (un’autocritica, è una risorsa che tendo a trascurare), alla lista, dopo altri titoli tipo La svastica sul sole o Rex tremendae maiestatis.

A dire il vero, mi ero forse lasciata troppo attrarre dal sottotitolo (“Carriera di un esorcista nel Piemonte del Seicento”) per informarmi meglio su autore e argomento (e comunque è difficile trovare notizie esaustive su un saggio fuori commercio e di scarsa diffusione uscito nel 1985), e poi mi fidavo quasi ciecamente della qualità della collana “Microstorie” della Einaudi, che in passato non mi aveva mai delusa (Il ritorno di Martin Guerre, Storie d’archivio, Il santo levriero), basata sulla formula di analizzare un fatto minuto rintracciato nelle carte degli archivi e da lì allargare progressivamente la prospettiva per vedere quanto da esso si possa ricavare sulla società e il contesto che lo avevano reso possibile.

Insomma, si sarà capito che la lettura non mi ha entusiasmato, ma perché mi sono accostata al testo con aspettative ingannevoli, non perché non sia un libro di qualità (anzi, in ambito storiografico è piuttosto noto e citato, io l’ho scoperto proprio da note in altri saggi). Da un processo istituito contro il parroco del villaggio piemontese di Santena, Giovan Battista Chiesa, colpevole di aver praticato esorcismi non autorizzati, nel 1697, l’autore, Giovanni Levi, parte per ricostruire il tessuto di relazioni, scambi e compensazioni su cui si fondava la struttura di questo centro e per indagare in quali modi le coeve spinte verso la nascita dello Stato moderno lo influenzassero, o all’inverso ne venissero respinte o addomesticate. Lo fa abbozzando quelle che dovevano essere le linee guida di un’economia ancora solo in modo parziale e primitivo regolata dalle leggi del mercato, che ubbidiva ad altre esigenze e logiche: la ricerca della stabilità, le solidarietà e le reciprocità verticali e orizzontali, la diversificazione degli investimenti, nella scelta delle carriere e nell’impiego delle risorse umane e finanziarie della famiglia, le alleanze matrimoniali, le parentele spirituali, i rapporti di clientela, e soprattutto il reperimento di informazioni per limitare il più possibile l’elemento di imprevedibilità e incertezza che, nelle società di ancien régime, minacciava continuamente la sopravvivenza stessa di persone che il più delle volte superavano di non molto il livello della sussistenza (bastavano una grandinata particolarmente violenta, le devastazioni di soldati di passaggio, per mandare in rovina una famiglia). Proprio questo insieme di conoscenze personali, tecniche, professionali, di prestigio, di relazioni, costituisce l’eredità “immateriale” da trasmettere a tutti i costi ai propri discendenti. Emergono conflitti e strategie che l’autore è bravo a seguire nel corso dei decenni, e soprattutto a ricavare da una tipologia di fonti, i contratti di compravendita, i catasti, i documenti di natura fiscale, che a occhi ingenui come i miei sembra molto arida. Emergono anche figure che hanno cercato più o meno abilmente di destreggiarsi negli ampi spazi di ambiguità e vuoto legislativo che il contrasto ancora irrisolto fra centro e periferia rendeva disponibili, come il padre del nostro curato, Giulio Cesare Chiesa. Infatti, indagare sui retroscena del passato, sulla provenienza familiare del parroco, sui rapporti di forza esistenti al momento dello scoppio del caso che lo vide protagonista, ha consentito di capire meglio, oltre alla superficialità e alla laconicità delle fonti processuali, le motivazioni dei nemici che l’avevano poi denunciato, e cosa speravano di ottenere.

Tutto questo allargarsi degli orizzonti ha però finito per mettere in secondo piano proprio la vicenda di partenza, il processo, o meglio, questa fornisce all’autore solo lo spunto della ricerca, ed egli vi dedica un’attenzione marginale, tanto più che la lacunosità della documentazione non consente di indicarne un esito ben definito. Gli aspetti magico-religiosi-terapeutici non fanno chiaramente parte degli interessi di Levi, che è storico dell’economia (ma, di nuovo, è anche probabile che gli fosse impossibile intavolare un discorso simile con dati così scarni). Io, che storica dell’economia non sono, mi diverto invece di più con quelli. Così, questo fraintendimento è stato causa dello scarso piacere nella lettura, che comunque, una volta di più, quanto meno mi ha comunicato le fatiche e le gioie della ricerca e l’ammirazione per chi possiede l’intuito necessario a cogliere nei documenti del passato più di quanto essi non rivelino esplicitamente sulla loro epoca.

Giovanni Levi, L’eredità immateriale. Carriera di un esorcista nel Piemonte del Seicento, voto = 2/5
Fuori commercio

2 commenti

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

2 risposte a “L’eredità immateriale

  1. Simone

    Recensione lodevole(forse migliore dello stesso libro), mi trovo completamente d’accordo con te. Anche se la mia non è una lettura di piacere, doveri universitari. Grazie!

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