Storia di un giudice

Dopo il giudice da fiction di Il giudice meschino, quello reale di Storia di un giudice. Ancora la Calabria (stavolta il versante dello Ionio e la zona della Locride), in un libro che mi è sembrato naturale far seguire a quello appena finito, tanti sono i punti di contatto fra i due che nella mia mente sono stati sempre accoppiati (tra l’altro, sono usciti a pochi mesi l’uno dall’altro e anche in questo caso ne ho letto una recensione sul Corriere della Sera).

Qui, dunque, non stiamo leggendo un romanzo, ma il resonto dell’esperienza di cinque anni (1996-2001) vissuti da Francesco Cascini, pubblico ministero, a Locri: egli, giovanissimo (26 anni), è “costretto”, come ultimo in graduatoria del suo concorso, a scegliere la sede regolarmente scartata e più temuta da tutti, e così si trova catapultato in un mondo totalmente alieno, in cui fin dai primi giorni, dalle prime ore, la violenza e la tensione entrano a far parte della sua vita quotidiana, in cui spesso si ritrova a mettere in discussione le certezze acquisite nel corso degli studi, in cui entra in contatto con situazioni di degrado insostenibile.

Tra tanti episodi di una realtà quasi rovesciata in cui le regole e la norma non sono più quelle dello Stato, una delle cose che più colpiscono, e che colpì all’epoca, quando lo constatò in prima persona, lo stesso Cascini, è la quasi “ordinarietà” degli eventi delittuosi; Cascini notava che le notizie degli omicidi comparivano, talvolta, solo sui quotidiani locali, raramente su quelli nazionali: come se, in fondo, non stupissero più nessuno, fossero diventati quasi parte organica di quell’ambiente. O anche, più sinistramente, che gli stessi ambienti malavitosi stessero attenti a non superare la soglia oltre la quale si destava l’attenzione. All’opposto, il pesante ruolo che può avere la manipolazione dell’informazione emerge anche in altri episodi, come quando Cascini riferisce la sua reazione sdegnata a una campagna di stampa contro le forze dell’ordine, alcuni elementi delle quali erano sotto indagine per un episodio poco chiaro ed erano stati subito addidati come colpevoli all’opinione pubblica: la stessa stampa che invece non trovava il coraggio di denunciare ben altri episodi, e della quale quindi si potevano sospettare occulte strategie.

Ciò che, dunque, la finzione de Il giudice meschino non mi ha saputo trasmettere, c’è invece tutto in questo libro sottile, essenziale, assolutamente vuoto di retorica eppure molto forte nella sua testimonianza reale: l’impegno, innanzi tutto, i rapporti tra colleghi, la costanza nel rimanere al proprio posto quando molti abbandonano, e anche, ovvio, i ritmi di lavoro massacranti, la paura, per la propria incolumità, di fare scelte che possono rivelarsi fatali, di sbagliare, lo sconforto, la rabbia, la sensazione di faticare senza approdare mai a nulla, l’isolamento, la difficoltà nel costruirsi una vita “normale” e delle relazioni, lo sconcerto di fronte a situazioni che sembrerebbero inconcepibili altrove. Cascini non si sente un eroe, è consapevole che, nel 2001, quando ha lasciato Locri per trasferirsi a Napoli, quanto da lui fatto in quegli anni presentava più le caratteristiche dell’incompiuto, che del lavoro finito; fra le note positive, però, mi ha colpito il fatto che la giovane età dell’autore non fosse, tutto sommato, un’eccezione. Nel suo racconto, infatti, compaiono i nomi dei suoi più fidati collaboratori e colleghi e col tempo anche amici, e questi sono per la maggior parte giovani, motivati, preparati, coraggiosi.

Francesco Cascini, Storia di un giudice. Nel Far West della ‘ndrangheta, voto = 4/5
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