Il giudice meschino

Ancora le contingenze presenti hanno fatto sì che mi mettessi a leggere Il giudice meschino, romanzo d’esordio di Mimmo Gangemi, uscito un paio d’anni fa e di cui lessi la recensione sul Corriere della Sera, e il motivo è simile a quello per cui ho letto Arrivederci amore, ciao: volevo “testare” l’autore per vedere se valeva la pena acquistare a breve la sua opera successiva, La signora di Ellis Island. Qui c’era anche dell’altro, però: volevo leggere qualcosa sulla Calabria da cui sono appena tornata, terra di origine di mio padre e della quale, onestamente, non posso dire di sentirmi figlia (troppo poco la conosco), ma che comunque mi interessa, non fosse altro per i racconti della felice infanzia e giovinezza di papà. E poi, un recente, tragico fatto di cronaca ha ancora di più spinto per la lettura di questo libro, che è un poliziesco che vede appunto come protagonista un magistrato che ha a che fare con un delitto di un collega dietro al quale, apparentemente, non può esserci che la ‘ndrangheta.

In realtà, ben altre trame sono implicate, e molti altri personaggi coinvolti: uno dei pregi del libro è ritrarre in modo abbastanza convincente questa umanità di complici, fiancheggiatori, vittime spaventate e omertose, spettatori indifferenti, di indagarne gli animi e i pensieri. Su tutti si staglia la figura del vecchio capobastone don Mico Rota, legato alla ‘ndrangheta “tradizionale” che sta lentamente scomparendo, fagocitata dalle nuove generazioni più violente, più spietate (?), con minore riguardo per le antiche regole dell’onore, che, estraneo ai fatti, per vie traverse, dal carcere in cui è rinchiuso finirà per indirizzare il protagonista sulla giusta pista, anche se lo farà, in fondo, per perseguire i propri fini: c’è il solito rischio di mitizzare il grande capo esponente di un’epoca più “romantica”, tuttavia le scene dei colloqui con il giudice sono affascinanti perché assistiamo a due personaggi portatori di valori antitetici costretti entrambi a scendere a compromessi, a concedere qualcosa al codice di regole dell’altro, per poter collaborare proficuamente. L’intreccio, alla fine, non è male, ma le indagini del pool investigativo non appassionano: non c’è grande interrelazione fra i suoi membri, il protagonista prosegue per lo più da solo. Il “colpevole” (o, meglio, uno dei colpevoli) è la scelta più facile e “comoda” e “pratica” che si potesse immaginare.

Alla fine però, forse, a deludere più di tutto è la figura del protagonista, che sulla carta poteva essere interessante e non convenzionale. Solito quarantenne di bella presenza, solito matrimonio finito malissimo alle spalle (“Everybody is single”), solito figlio che non vede mai e per cui non è mai stato un padre, ma con cui vorrebbe recuperare un rapporto (non sto sminuendo quelli che senz’altro sono problemi reali e dolorosi per molti, è che sono anche, ormai, cliché di un certo genere e, trattati come viene fatto in questo romanzo, aggiungono poco o nulla). Viene presentato come super vizioso, in realtà nel corso del romanzo si porta a letto due donne (anche se si fa un gran parlare di innumerevoli precedenti conquiste: a un personaggio di cui di continuo si esaltano le doti di grande seduttore, il minimo che, annoiati, si possa augurare è di finire solo), entrambe, ovviamente, strafighe (ci viene ripetuto ossessivamente, fino alla nausea, nel caso lo dimenticassimo), ma nessuna delle due granché interessante, e si fa qualche partita a carte: capirai.
Viene presentato, e questo sì poteva essere intrigante, come scioperato, indolente, di scarso impegno e amante del quieto vivere, perciò, facendo un mestiere come il magistrato in Calabria, attento a scansare tutti i casi più delicati e concentrato su quelli di poco conto e di minimo impatto, eppure subito dopo l’uccisione dell’amico e collega non esita a buttarsi nelle indagini; quando sta per mollare tutto perché troppo rischioso, basta il pensiero di potersi finalmente riscattare agli occhi del figlio per spingerlo ad andare avanti; e poi, altro che incapace, si dimostra piuttosto in gamba. Insomma, tanti conflitti interiori che però si risolvono in due righe, tanti difetti e debolezze potenzialmente interessanti sbandierati, più che effettivamente mostrati. Non dico che un simile sviluppo del personaggio (da indolente e codardo a coraggioso e attivo) non fosse auspicabile e narrativamente stimolante, ma sarebbe stato meglio illustrarlo in modo più graduale.

Scrive bene, però, Gangemi: le sue frasi hanno una certa “musicalità”, la scelta delle parole e dell’ordine delle stesse non è banale. Questo mi fa pensare che, sebbene abbia alla fine deciso di non acquistare il suo La signora di Ellis Island, con personaggi meno “piacioni” di questo come quelli, suppongo, del secondo romanzo, le cose sarebbero potute andare anche meglio.

Mimmo Gangemi, Il giudice meschino, voto = 3/5
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