La terra del rimorso

All’inizio del 2005, come ultimo esame all’università da dare prima della tesi scelsi, dopo attenta riflessione, “Storia delle tradizioni popolari”: la speranza era che fosse una materia interessante e un esame gratificante (e non troppo difficile!), e infatti andò così, l’appello andò perfettamente. Fu nel corso di quel ciclo di lezioni che venni a conoscenza del testo più celebre dell’etnologo Ernesto De Martino, La terra del rimorso, sul particolare fenomeno del tarantismo pugliese, che, all’epoca in cui egli si recò in Salento per la sua indagine, nel 1959, era a un passo dalla scomparsa.

In sintesi, per “tarantismo” si intende il complesso di ideologie e di riti costruito sugli effetti del morso di un ragno, la tarantola pugliese (che, in effetti, non esiste in natura ma è una creatura mitica nata dalla fusione delle caratteristiche di varie specie di ragni): chi ne era colpito era costretto, in un determinato periodo dell’anno (l’estate), a ballare; è la celebre tarantella. Il ballo (e la musica, ma anche i colori, associati a determinati ritmi), però, oltre a essere indotto dal ragno, era allo stesso tempo anche la cura contro la malattia del suo morso: nel corso di esso, il tarantato in parte si identificava con la taranta, in parte lottava con essa, fino a sconfiggerla e a ritrovarsi “guarito”.

Queste terapie antichissime De Martino e i membri della sua équipe poterono vederle dal vivo ancora nell’estate del 1959, e dal contatto diretto con la gente e le interviste e i colloqui si mossero a ritroso per effettuare ricerche che analizzassero il fenomeno a tutto tondo: dal punto di vista medico, storico, musicale. Uno degli elementi più affascinanti del libro è infatti proprio la struttura collaborativa che fa risaltare gli apporti di ciascuno (in fondo al volume vi sono anche varie Appendici curate dai singoli studiosi che presero parte al lavoro, gli psichiatri Giovanni Jervis e Letizia Jervis-Comba, l’etnomusicologo Diego Carpitella, Amalia Signorelli, l’assistente sociale Vittoria De Palma; il libro è corredato delle belle fotografie di Franco Pinna), che dà l’idea delle discussioni e delle ipotesi preliminari, degli scambi di opinioni, dell’avventura del viaggio e della ricerca, dell’immediatezza dell’esperienza.

Appurato che il tarantismo, a prescindere dalle intime convinzioni di chi lo viveva in prima persona, non era causato dal reale morso di un ragno (al più, poteva svilupparsi traendo a pretesto l’iniziale insorgere di reali casi di latrodectismo), De Martino vi individua un modo per scaricare e neutralizzare le numerose cause di frustrazione e irrequietezza sociale purtroppo tristemente comuni nei ceti (quelli contadini) che, ancora al suo tempo, lo praticavano (non a caso, esso gli apparve come maggiormente diffuso nel mondo femminile, e intervistando le interessate poté venire a conoscenza di tante esistenze dure e segnate da costrizioni e sopraffazioni): il “ragno” con il suo “morso” i cui effetti si fanno sentire ciclicamente nel corso degli anni incarna quindi l’elemento potenzialmente disturbatore dell’ordine, l’insoddisfazione che può degenerare in ribellione, e che quindi viene sublimata e placata con la musica e la danza.

Allo stesso tempo, però, De Martino rileva che il tarantismo da lui visto dal vivo non è che un relitto di un sistema tradizionale molto più complesso e ricco, le cui origini fa risalire al medioevo (e i cui motivi di fondo si possono, forse, ricollegare a culti dell’antichità classica, anche se egli è ben attento a non ridurlo a semplice “continuazione” o “imbarbarimento” di essi, ma ribadisce con forza il suo status autonomo), che va oggi rapidamente scomparendo. Fra le cause di tale progressiva marginalizzazione e prossima fine, oltre ovviamente al mutare delle condizioni economiche e sociali, egli indica anche l’opera secolare di “adattamento” e “disinnesco” messa in atto dalla Chiesa cattolica (che ad es. si rileva nel ruolo attribuito alla figura di san Paolo, che non compare nella struttura “originaria”, o meglio più antica, del rito), che vi ha introdotto elementi estranei e ha causato così l’irreparabile venir meno della coerenza interna del sistema di credenze (vedi le scene cui assiste nella cappella di Galatina, dove i tarantati ogni anno, il 28 e 29 giugno, si recavano a ringraziare san Paolo per la guarigione o a implorarla: lì, senza l’elemento fondamentale della musica e del ballo, il tarantismo gli appare svuotato di senso, ridotto a manifestazioni patologiche).

Chiaro che la parte più affascinante, più viva del testo sia la prima, quella in cui sono riferiti gli incontri e i colloqui e le storie della gente con cui gli studiosi sono entrati in contatto; apprezzabile anche il tono, che non scade mai nel sentimentale o nel nostalgico, o nel gusto per il “colore locale”, ma rimane aderente e partecipe a una realtà di miseria e di disagio, che effettivamente sconvolgeva i malati e le loro famiglie (voglio dire, gli autori non hanno alcun interesse a preservare l'”autentico” tarantismo, che è invece auspicabile scompaia). Interessantissima, tuttavia, anche la parte più prettamente storica, in cui vengono presi in esame i resoconti di medici e studiosi del passato, e i diversi approcci al fenomeno nel corso dei secoli, mentre meno mi hanno convinto, o coinvolto, i tentativi di comparazione con esempi più o meno analoghi dell’epoca classica, ricavati da testimonianze letterarie (come anche l’introduzione di Clara Gallini, che, a differenza del resto del libro, scientificamente rigorisissimo ma perfettamente comprensibile anche ai non addetti ai lavori, è alquanto oscura).

Ernesto De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, voto = 4/5
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