La bottega dei delitti

Sono un po’ delusa. Questo è il mio secondo romanzo della Rendell, una delle “regine” del giallo britannico, come sempre si dice, dopo La morte non sa leggere.

Londra, 2002. Un serial killer, soprannominato “Rottweiler”, ha ucciso alcune ragazze, trafugando a ciascuna un piccolo oggettino senza valore. A commentare le notizie, ma anche ad intrecciare le loro più o meno complicate, più o meno felici esistenze, sono gli inquilini degli appartamenti di proprietà di Inez Ferry, che al pianterreno del palazzo gestisce una bottega di curiosità, anticaglie, stranezze varie. Ovviamente, alcuni di questi oggetti iniziano a riapparire proprio fra la merce da lei esposta…

In modo analogo a quanto avveniva in La morte non sa leggere, anche qui l’identità dell’assassino ci viene esplicitamente rivelata a circa un terzo del libro. Nel primo romanzo, addirittura, questa era un fatto assodato sin dall’inizio, e si trattava di ricostruire a ritroso la catena di circostanze, coincidenze, fatalità, che, ineluttabilmente, aveva portato alla catastrofe finale, in un crescendo di angoscia impotente.

Qui, invece, non siamo ex post, e più che al procedimento investigativo dei poliziotti, che compaiono di rado e non combinano granché, l’autrice è interessata a delineare la psicologia del criminale, a scavare nella sua mente per capire quale sia l’impulso che lo spinge a uccidere (o meglio, è lo stesso assassino a tentare questa auto-analisi). Ovviamente…

SPOILER!

… il tutto scaturisce da un evento traumatico vissuto nell’adolescenza e subito rimosso, da un rapporto totalizzante e al limite del morboso con la madre, ecc. ecc.
FINE SPOILER!

Purtroppo, questo genere di tentativi mi interessa poco, oltre a suonarmi sempre un po’ falso, costruito: dopo tutto, non riesco a dimenticare che quelli che leggo sono i pensieri che l’autore, una persona mentalmente sana, ritiene siano quelli di una personalità disturbata.

Paradossalmente, questo romanzo rischiava di funzionare molto meglio, per me, se si fosse eliminata totalmente la parte dei delitti! Sì, perché il campionario di umanità radunato, realisticamente e allegramente multietnico, dall’autrice presentava già da solo una serie di caratterizzazioni affascinanti, figurine ben delineate che avevano alcune un che di cialtronesco, di schizzato, di ironico, altre una ben altra, dolente tragicità e solitudine, ma erano tutte molto molto umane, e vere. Le loro storie, calate perfettamente nella quotidiana fatica di tutti i giorni, mettevano allegria o facevano rabbrividire di tristezza già a sufficienza. E sono state troncate con troppa fretta dalla conclusione del romanzo. In più, i personaggi si muovevano proprio nelle strade londinesi in cui pochi mesi fa ho pernottato per qualche giorno in vacanza, ed era piacevole rievocare e poter delineare con precisione nella mente i giardini, le stazioni della metropolitana, l’atmosfera del quartiere, i ristoranti libanesi di Edgware Road…

Peccato anche per i frequenti errori di stampa e per una traduzione, come ho scoperto da un’altra recensione, non impeccabile. Insomma, libro al di sotto delle aspettative, e forse, per me, l’ultimo della Rendell.

Ruth Rendell, La bottega dei delitti (trad. Giuseppe Costigliola), voto = 2/5
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