Manzoni

Con gran ritardo scrivo la mia “recensione” alla biografia di Manzoni finita il 16 marzo.

È ormai considerato “à la page” denigrare o sminuire Manzoni e I promessi sposi, che spesso vengono impropriamente e sfavorevolmente messi a confronto con altri capolavori (come se fossimo sempre costretti a fare il “gioco della torre” e non potessimo invece essere contenti di avere non un solo romanzo di ottimo livello, ma due). Non basta, la stessa persona dello scrittore è spesso ritratta come una specie di “santino”, tutto casa e chiesa, il che generava esaltazioni smodate in passato, e di riflesso per lo più sbadigli annoiati, quando non commenti sarcastici o aperto astio, oggi.

Bene fa quindi Ulivi a restituircene, in quest’opera del 1985 (bicentenario della nascita), un profilo problematico, tormentato, quasi patologico. Per tutta la vita, sia prima sia dopo la conversione, Manzoni si è interrogato sul perché del Male, sulla Storia e su quanto è in nostro potere per far avanzare anche solo di un piccolo passo il cammino della Verità e della Giustizia su questa Terra. Prima e dopo la conversione tentò di darsi risposte diverse, ma la sostanza del problema era sempre quella; e sbaglierebbe chi lo pensasse pacificato e consolato, e di riflesso aproblematici e consolatori i suoi scritti, compreso il romanzo, dopo aver abbracciato la fede cattolica (basterebbe leggere quel piccolo saggio più terrificante di tanti thriller odierni, Storia della colonna infame, per capirlo). Una personalità quindi tormentata e per tanti versi indecifrabile, per i suoi familiari, parenti, ammiratori e biografi.

Averle restituito problematicità, smarrimenti, debolezze, stranezze va quindi, come dicevo, a merito di Ulivi: l’autore indulge un poco in uno stile piuttosto inaspettato in un saggio biografico, immaginifico, oscuro, ispirato, che può essere appunto giustificato dal fatto che di Manzoni (e di alcune delle figure che gli vivono accanto, come la madre Giulia Beccaria, ad esempio) interessa soprattutto scandagliare le pieghe più nascoste e sofferte della psicologia (“l’itinerario dell’uomo e dello scrittore”, come dice il titolo; d’altra parte, il fatto che il “tono” dell’opera non sia rigidamente accademico e scientifico è confermato anche dalla deliberata rinuncia all’uso delle note e alla citazione puntuale delle fonti, anche se non manca, ovviamente, la bibliografia), sebbene alla lunga rischi di stancare. Si avverte insomma la mancanza, o una sottovalutazione, dei fatti nudi e crudi, e inoltre in alcuni punti le informazioni sono date un po’ per scontate; ecco, a causa di queste caratteristiche, che sono per certi versi paradossalmente anche pregi, il libro corre il rischio di non riuscire a fissarsi stabilmente nella memoria, di rimanere sfuggente come il suo protagonista, astratto, sul momento capace di interessare, ma anche estremamente volatile se ci si limita a una sola lettura.

Ferruccio Ulivi, Manzoni. L’itinerario dell’uomo e dello scrittore, voto = 3/5
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