Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo

Alla fine, da quanto ne ho letto finora, penso che Aldous Huxley funzioni di più come saggista che come romanziere: I diavoli di Loudun è un’indagine serratissima, agghiacciante ed emozionante, le sue riflessioni su Il mondo nuovo, romanzo pubblicato nel 1932, scritte nel 1958 e dal titolo Ritorno al mondo nuovo, interessanti e anche commoventi per la loro urgenza civile. Il romanzo in sé… al confronto perde decisamente la partita, si pone a un livello inferiore.

Lo giudico dal punto di vista della sua riuscita come opera di narrativa, non per il suo messaggio. Funziona più che bene nella prima parte, in effetti: dopo il boom della fantascienza, tra film, romanzi, TV, siamo forse già abbondantemente abituati alle tante versioni di utopia negativa del futuro, eppure, per essere un libro del 1932, questo riesce comunque a stupire e a spaventare anche noi lettori del XXI secolo, proprio perché punta su un aspetto per nulla considerato dagli altri creatori di mondi futuribili, ma che più di questi ultimi potrebbe rivelarsi sinistramente profetico: l’incubo di domani, la vera dittatura monolitica e inattaccabile, non sarà una tirannide che opprime spietatamente l’umanità col terrore e la violenza, ma una che lo stordisce e ottunde continuamente con l’offerta ossessiva di distrazioni, soddisfazioni materiali, piaceri sensuali, beni di consumo sempre nuovi, luccicanti e attraenti. Intuizione geniale, che Huxley sviluppa lucidamente inventandosi tutto un sistema formativo, educativo, produttivo tragicamente consequenziale. In cambio della “felicità”, e soprattutto della stabilità e dell’ordine, l’umanità ha però accettato di rinunciare a qualsiasi rivendicazione di individualità, di personalità, di indipendenza: il sistema si fonda su caste rigidissime, in cui gli strati più bassi vengono addirittura predisposti geneticamente a una vita di duro lavoro, condizionati fin da bambini ad accettare senza protestare, e anzi con convinzione e piena adesione, la loro posizione, e tenuti buoni e ricompensati con la “magica” droga chiamata soma; lo stesso vale per le classi più alte, il cui “allevamento”, obbediente stavolta ai criteri della più rigida eugenetica, la cui educazione e le cui responsabilità variano in prospettiva, ma che non sono meno schiave delle altre (lavorare come adulti responsabili, comportarsi per tutto il resto del tempo come bambini, così è riassunto l’ideale del perfetto esponente di questa società).

È uno scenario perfetto, peccato però che la storia e i personaggi latitino… Nella mia edizione, evidentemente vecchiotta, il traduttore ha avuto la bella pensata di rendere in italiano anche i nomi propri, per cui avevo Bernardo Marx, Enrico Foster, etc. Seccante, ma per fortuna John è rimasto John (chissà perché), Lenina, Linda e Helmholtz idem, per cui i danni sono stati limitati. Il problema è che la maggior parte di loro sembra messa lì per rappresentare un certo “tipo”, dire quelle certe battute, sono poco più che abbozzati, non “agiscono” o “pensano” realmente (certo, ciò può anche in effetti essere spiegato col fatto che in questo mondo nuovo è impossibile avere una personalità distinta e definita…), ma “illustrano” aspetti della concezione di Huxley. Sono strani e poco logici anche alcuni loro sviluppi interiori: all’inizio pare che Bernardo provi qualcosa di profondo per Lenina, poi la cosa è completamente accantonata (altro segno dell’avvenuto riallineamento di lui all’ideologia dominante dopo la sua timida e poco convinta ribellione?); Lenina stessa non è sempre coerente con se stessa, specie all’inizio (non vuole avere altri uomini a parte Enrico… una pagina dopo invece vuole uscire con Bernardo); Helmholtz, quando viene presentato, pare un personaggio molto promettente, poi però è lasciato molto in disparte, quasi dimenticato, sfruttato male. All’economia della storia, è chiaro, serviva qualcuno che si ponesse radicalmente al di fuori del sistema, che lo vedesse coi nostri occhi e facesse così saltare gli equilibri, ed ecco quindi il vero protagonista, John, il “Selvaggio”, che viene trovato per caso in una “riserva” di non “civilizzati” e catapultato nella Londra del futuro: costui si ribellerà a quella società disumanizzata, ma finisce male. Anch’egli però mi è sembrato fin troppo costruito e programmatico, con l’insistente richiamo a Shakespeare, fino a risultare, francamente, altrettanto “disumano” dei civilizzati: perché, ad esempio, questo rifiuto totale e violento della sensualità? Non l’ho capito.

Insomma, bellissima idea di fondo, ma, dal punto di vista della costruzione narrativa, dell’azione, della trama, della caratterizzazione dei personaggi, mi aspettavo di più: 1984, di Orwell, per fare un altro esempio celebre di distopia, è forse meno radicalmente innovativo, meno profetico (forse!), ma più coinvolgente.

Discorso diverso per le riflessioni di Ritorno al mondo nuovo: a distanza di 25 anni, Huxley torna sul suo fortunato romanzo per spiegare le basi teoriche su cui si era fondato per immaginare il suo futuro da incubo, e per constatare di essere stato, suo malgrado, profetico per diversi aspetti.

Aldous Huxley, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo (trad. Luciano Bianciardi, Lorenzo Gigli), voto = 3/5
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