Il peccato e la paura

Senza volerlo, ho scelto una lettura decisamente appropriata a questo periodo di studio del Requiem di Verdi: la concezione di un Dio giudice e terribile e di un uomo infinitamente peccatore e immeritevole è infatti alla base di questo corposo (1008 pagine) volume di Jean Delumeau, già autore di La paura in Occidente, che forse avrei dovuto leggere prima perché viene più volte richiamato nel testo.

Secondo lo storico, in un preciso periodo della storia europea, e cioè dal XIV al XVIII secolo, le note dominanti nell’insegnamento religioso e nella pastorale, in ambito cattolico come protestante, furono l'”ipercolpevolizzazione”, l’angoscia, la paura del giudizio, il pessimismo, la svalutazione sistematica della vita terrena e delle possibilità umane. Contingenze particolarissime come le drammatiche calamità e gli eventi sconcertanti che si abbatterono sulle popolazioni in quel periodo (pestilenze, guerra dei Cent’anni, scisma d’occidente, riforma protestante e guerre di religione) contribuirono a rendere ancora più fertile il terreno per questo tipo di predicazione e insieme la alimentarono, la resero ancora più convincente. Delumeau ne rintraccia le origini nelle filosofie stoiche e neoplatonica, negli scritti dei Padri del deserto tardo-antichi e nella letteratura monastica dei secoli XI-XII, e fa notare il paradosso di una concezione (con le relative proposte di modelli di vita e di comportamento) pensata e abbracciata in origine da uomini di Chiesa e comunque da personalità d’eccezione, e in seguito però proposta alla comunità di fedeli tutta. Sottolinea inoltre che la sua teoria contrasta con la concezione tradizionale del Rinascimento quale momento pervaso di ottimismo e fiducia nell’uomo: diciamo che forse ormai l’affermazione è un po’ datata (il libro è del 1983), visto che oggi nella storiografia sono ben presenti anche le spinte “anti-rinascimentali” e contraddittorie di quell’epoca tutt’altro che monocolore.

Il libro è suddiviso in due grandi blocchi: nel primo viene analizzata, facendo ricorso a fonti diverse come i dipinti, i monumenti funebri, i manuali per confessori, la letteratura devota, la riflessione dell’élite (intellettuale, religiosa) che ha portato, appunto, a questa generale atmosfera di angoscia per la propria salvezza, disprezzo per il mondo, attrazione per il macabro, terrore del giudizio divino. Apprezzabile il fatto che Delumeau rifugga dalla semplicistica spiegazione che questa operazione sia stata studiata “a tavolino” dalle élite per controllare con la paura il popolo: al contrario, risulta che esse erano le prime a essere imbevute di queste inquietudini. È la parte migliore del libro: peccato però che i numerosi esempi di opere d’arte non siano anche illustrati da qualche immagine.

Nella seconda parte l’A. tenta invece di analizzare come questa concezione sia stata trasmessa, insegnata e inculcata al popolo, prima in ambito cattolico, poi in quello riformato (scoprendo che i punti in comune sono numerosi). Questa invece è la sezione più debole: il rischio della tediosa ripetizione degli stessi concetti, in effetti, è presente in tutta l’opera, ma qui è più che mai concreto; e inoltre, di contro alla varietà di fonti della parte precedente, qui vengono prese in considerazione quasi esclusivamente le prediche (di autori che poi sembrano sempre gli stessi, alla fine, per lo più francesi): strano che l’A. non abbia pensato affatto a fare uno studio sui testamenti, ad esempio. Interessanti le descrizioni delle modalità altamente spettacolari e teatrali in cui si svolgevano le missioni, o le prediche degli “specialisti” più celebrati e rinomati (dei veri e propri “eventi”), ma siamo sicuri che basti a darci la misura di quanto questi insegnamenti fossero recepiti e accolti dal popolo? Spesso e volentieri, poi, Delumeau è costretto a sfumare le conclusioni più radicali, cui si può essere portati estrapolando solo alcune frasi da queste prediche, a inserire correttivi. Inoltre, non emerge bene il motivo, o quanto meno l’ipotesi, per cui, quasi all’improvviso, questo tipo di pastorale terroristica basato sulla paura che avrebbe imperversato per secoli sia stato accantonato e rigettato, tanto da apparirci ormai quasi inconcepibile (alcuni passi fanno rizzare i capelli in testa per quanto sono lontani dal nostro sentimento religioso). Lettura interessante ma faticosa (e costellata di qualche errore).

Jean Delumeau, Il peccato e la paura (trad. Nicodemo Grüber), voto = 3/5
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