Solus ad solam

In quest’anno 2011 ho voluto complicarmi ancora di più la vita, imponendomi di leggere a gennaio solo libri dall’Elenco 1, a febbraio solo dall’Elenco 2, a marzo dal 3, e così via: lo scopo è quello di smaltire libri “in attesa” da troppo tempo, l’inconveniente è che in teoria non sarò “libera” di leggere le ultime novità prima di agosto: vedremo se non mi stuferò prima.

Inizio l’anno con questa rarità trovata inaspettatamente alla rivendita di libri usati, il Solus ad solam di Gabriele D’Annunzio, che per la prima volta mi incuriosì, suppongo, dopo che ne lessi nella biografia Il vivere inimitabile? Non so ricostruirlo con certezza perché si tratta davvero di anni e anni fa, e d’altronde ero convinta che non sarei mai riuscita a soddisfare il desiderio di leggerlo, visto che è un’opera minore del poeta scarsamente conosciuta, fino al fortunato ritrovamento risalente allo scorso ottobre.

Solus ad solam sarebbe, come dice già il titolo, una specie di “diario” privato che D’Annunzio scrisse nel settembre-ottobre 1908 alla donna amata del momento, la contessa Giuseppina Mancini, destinandolo teoricamente ai soli occhi di lei, un colloquio “da solo a sola”, appunto, in un periodo particolarmente critico della loro relazione prossima alla fine in circostanze alquanto drammatiche. Come spiegato nell’ottima e interessante introduzione di Federico Roncoroni, la povera donna, infelicemente sposata e certo probabilmente psicologicamente piuttosto fragile, finì col non reggere di fronte allo stress della relazione, clandestina per modo di dire e quindi oggetto di molte chiacchiere nell’alta società fiorentina, al turbinio di sensazioni nuove provate accanto all’Immaginifico, alla gelosia furibonda per i continui tradimenti di lui, e in sostanza all’enorme fatica che dovette essere stare dietro a un uomo come D’Annunzio (non è un caso se pure tutte le altre, a cominciare dalla Duse, uscirono devastate dall’esperienza). La notte del 5 settembre 1908 ebbe una specie di black out mentale che la portò a vagare per le vie di Firenze non si sa bene dove e con chi, e nei giorni successivi, rientrata fortunatamente sana e salva a casa, cadde in una specie di delirio paranoico, che la portò a trascorrere qualche annetto in una casa di cura per malati mentali (la buona notizia è che ne uscì, guarita, divorziò dal marito e si spense a 90 anni negli anni Sessanta). D’Annunzio, impedito dalla stretta sorveglianza dei parenti della donna, contrari alla loro relazione, non ha modo di avvicinarla, e registra quindi sulla pagina le angosce e le ansie di quei giorni, in un lungo lamento rivolto alla donna malata e ormai dimentica, nella sua follia, di lui.

Una vicenda strappalacrime, quindi: l’opera non fu mai pubblicata mentre D’Annunzio era ancora in vita, solo nel 1939, un anno dopo la sua morte, la Mancini, ristabilitasi, affidò il manoscritto ad un’amica perché ne curasse la pubblicazione. E così, siamo di fronte a un testo che finalmente ci consente di entrare nell’interiorità dell’uomo D’Annunzio, al di là di tutte le pose, dell’immagine di sé sapientemente costruita, della magniloquenza, dell’ossessiva ricerca della corrispondenza tra vita e arte, dei fiori, degli apparati, dei profumi, di tutto il bric-à-brac consueto? Qui davvero egli si spoglia di tutte le maschere e dà sfogo ai suoi sentimenti più sinceri, al suo dolore più autentico?

L’introduzione provvede a smontarci questa immagine un po’ troppo sentimentale. Sì perché, non sia mai che l’uomo D’Annunzio perda mai di vista il suo essere, prima di qualsiasi altra cosa, il personaggio D’Annunzio: il curatore dimostra come quello che si vuole far apparire come espressione non mediata della sofferenza provata sia invece ricercatissimo e sorvegliatissimo nella forma e nella scrittura, costruito nei minimi dettagli, e letterariamente “perfetta”. Alcuni particolari degli avvenimenti vengono sapientemente modificati per renderli ancora più “romanzeschi”, “dannunziani” (tanto che la vicenda servirà persino da spunto al poeta per il suo successivo romanzo Forse che sì forse che no), le date spostate, ecc. Insomma, senza voler apertamente accusare il Solus ad solam di falsità, perché via, non mi sento di negare che quello possa essere stato davvero un momento di grande angoscia per Gabriele, è chiaro che totalmente autentico e cristallino nella sua “spontaneità” non è. E se poi pensiamo che mentre Gabri scriveva righe tanto struggenti alla e sulla Mancini, era già in pole position in direzione del suo letto la nuova amica, Natalia de Goloubeff…
Ma va bene! Questo è il punto! D’Annunzio non lo leggiamo certo per la sua delicata vena intimista e sommessa. Lo leggiamo (lo leggo) perché come cesella frasi preziose, ardite, immaginifiche come lui ce ne sono pochi, perché di fronte a tanta autoesaltazione, coscienza di sé, superomismo imperante cosa puoi fare se non battere le mani ammirato? Si era mai visto un uomo che nel diario privato destinato all’amante malata e lontana si mette a descrivere una sua conquista occasionale e di come quest’amante di una notte, per mezza pagina, non faccia che magnificare le sue doti di amatore, e che giustifica la cosa dicendo che in realtà andando a letto con l’altra era Giusini (la Mancini) che amava, come (fantastico, si autocita anche in questa circostanza!) Andrea Sperelli ne Il piacere? Certo che è un maiale, ma qui raggiungiamo le vette del sublime! E noi possiamo dirlo tranquillamente, non siamo noi d’altra parte le poveracce che gli sono impazzite dietro (e comunque, a pensarci bene: ma che figata dovette essere, per l’amante di turno, essere al centro delle attenzioni di un uomo come D’Annunzio?? Ma vuoi mettere, trovarne uno così?). Io non credo neppure che egli fosse totalmente insincero e falso, no: penso che fosse paradossalmente veramente sincero e autentico nella sua estrema artificiosità, nella sua profonda insincerità e nello sconfinato egocentrismo.

E va bene, questa recensione progressivamente l’ho presa sempre più a ridere, ma d’altra parte l’introduzione stessa ti predispone a leggere l’opera stando sempre pronto a cogliere in fallo D’Annunzio ogni qual volta fa partire la sparata o si discosta dalla verità dei fatti. La verità è che ritroviamo anche qui, come accennavo prima, la consueta eleganza, ricercatezza e musicalità della prosa dannunziana, che a piccole dosi (il libretto è sottile e scorrevole, pur se, non essendo stato pensato realmente per la pubblicazione, in alcuni punti ripetitivo) è una gioia per orecchie disabituate, che la vicenda, non importa più ormai quanto infiocchettata e idealizzata, è davvero appassionante e coinvolgente.
Ancora una volta, complimenti al curatore per l’introduzione esauriente e interessantissima.

Gabriele D’Annunzio, Solus ad solam, voto = 3/5

2 commenti

Archiviato in Classici, Libri

2 risposte a “Solus ad solam

  1. Sono OT, ma per dirti che non puoi esimerti dal partecipare al mio indovinello di critica letteraria!😉

    http://22passi.blogspot.com/2011/01/indovinello-di-critica-letteraria.html

  2. Penso che al di là dei vari “commentari” all’opera di d’Annunzio, la cosa migliore sia leggere e farsi un’idea propria. Il Solus ad solam lo troviamo nell’omonima opera e anche come espediente narrativo nel “Forse che sì, Forse che no”, il romanzo che ha per protagonista Paolo Tarsis, aviatore. Entrambe le versioni sono spettacolari e rendono bene l’idea di cosa ha passato d’Annunzio in quei frangenti drammatici. Il fatto che egli usi una prosa ricca, sostanzialmente inimitabile ed elaborata oltre ogni limite, non significa che i sentimenti narrati siano men veri.

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