Clero e guerra nell’alto medioevo

Vecchio libro che non ricordo neppure quando notai sugli scaffali della biblioteca: anni e anni fa, sicuramente. Mi è tornato in mente di recente e, dopo aver faticato un po’ a rintracciarne il titolo (ricordavo solo a grandi linee l’oggetto), l’ho scelto, per dare un po’ di spazio anche alla saggistica, un po’ Cenerentola, di questi tempi.

Argomento interessante che consente di calarsi in un’epoca decisamente poco nota e poco considerata (e, quando lo è, spesso fraintesa; dalla prefazione di Giuseppe Sergi: “la cultura medievistica del grande pubblico è una nebulosa caotica, lenta e resistente, che si arricchisce di note di colore più volentieri che di informazioni sostanziali. In quella nebulosa hanno posto quasi soltanto la «leggenda rosa» e la «leggenda nera» del medioevo”, p. VII) quale i secoli dell’alto medioevo occidentale, e forse proprio per questo affascinante. Merito di Prinz è accostarcisi senza dare anacronistici giudizi moralistici, ma cercando di capire le origini e i perché di atteggiamenti e modi di pensare tanto lontani dai nostri, nella fattispecie riguardo alla partecipazione attiva dell’alto clero alle imprese militari. Ciò che oggi a noi pare inconcepibile è stato più o meno la regola per molto tempo.

L’autore non liquida il tutto sprezzantemente come un segno dell'”imbarbarimento” di quei “secoli bui”. E scarso peso viene d’altra parte attribuito dallo studioso alla presunta “germanizzazione” dell’alto clero, quindi a fattori di carattere etnico, perché tale processo si riscontra già in epoca tardo-antica, quando l’alto clero proveniva prevalentemente dalle fila dell’aristocrazia gallo-romana. Dopo la definitiva affermazione del cristianesimo quale religione ufficiale dell’impero, e nel progressivo sfaldarsi dell’organizzazione statale romana in Provenza e nella Francia meridionale, infatti, nelle città la figura del vescovo assume sempre maggiore importanza non solo in ambito esclusivamente spirituale, ma anche politico-amministrativo: frequenti le notizie di vescovi che si occupano di far restaurare strade e palazzi, di organizzare le difese cittadine… Il seggio vescovile è quindi sempre più ambito dalla nobiltà locale, fino all’instaurarsi, in alcuni casi, di vere e proprie dinastie di vescovi provenienti dalla stessa famiglia, che si tramandano il posto di padre in figlio. Tali individui sono anche, inevitabilmente, portatori di valori e ideali propri delle classi aristocratiche, come la virtù militare e guerresca. Apparentemente è stridente il contrasto fra questa realtà di fatto e il dettato delle fonti legislative, come i capitoli dei sinodi, in cui è continuamente ribadito il divieto per vescovi, abati, monaci, presbiteri e diaconi di andare a caccia e portare e usare armi (e comunque la stessa riproposizione di tale divieto nel tempo è indicativa del fatto che un simile comportamento era invece diffuso), o le indicazioni piene di biasimo che venivano da Roma: apparentemente, però, perché proprio allora lo stesso pontefice romano andava rapidamente accrescendo la propria autorità anche in campo squisitamente secolare (Prinz fa l’esempio del celebre episodio, intriso di leggenda, dell’intervento di Leone I per proteggere la città di Roma dagli Unni di Attila, o della figura carismatica di Niccolò I). Parimenti critici verso questi atteggiamenti militari del clero erano figure prestigiose come s. Ambrogio, il missionario s. Bonifacio, o gli autori di vite agiografiche, come quella di Martino di Tours, opera di Sulpicio Severo, ma si trattava pur sempre di esempi eccezionali, lontani dalla norma.

Mentre in epoca merovingica, però, i sovrani sembravano più che altro subire quest’attitudine bellica dell’alto clero, che di fatto si sottraeva alla loro autorità, molte cose cambiano con i Carolingi. Secondo Prinz questo è dovuto principalmente a due fattori: le invasioni arabe nel sud della Francia, che, prima di essere respinte da Carlo Martello, smantellarono quello che restava della struttura sociale tardo-antica della Provenza, e l’immissione nel clero dell’alta nobiltà settentrionale dell’Austrasia, sul cui appoggio facevano grande affidamento i Carolingi. Con un processo portato avanti da C. Martello e Pipino e che avrà il suo culmine con Carlo Magno, ora avviene il contrario rispetto al passato: sono le gerarchie ecclesiastiche a essere asservite, strumentalizzate dallo Stato, e il servizio militare di vescovi e abati, lungi dal costituire un pericolo per il sovrano, è ora reso obbligatorio, e gli ecclesiastici possono sottrarvisi solo in caso di vecchiaia o conclamata malattia (o, se la campagna militare non ha carattere di emergenza, pagando). D’altra parte, molto acutamente Prinz pone la domanda, retorica, “se i Carolingi sarebbero riusciti a dare vita a una costruzione regia senza un provvedimento di questa natura. Un regno così esteso presuppone in certa misura un’amministrazione sovraregionale, e quest’ultima ha bisogno di una cultura scritta. In altre parole, nessun regno carolingio sarebbe stato possibile senza il clero regio: esso era il ramo più importante dell’«aristocrazia del regno», sia in senso istituzionale sia per qualità di persone” (pp. 121-122, corsivi miei). Significativamente, proprio in questo periodo, mentre la proibizione della caccia continua a riguardare tutto il clero, ora a non poter usare le armi sono solo sacerdoti e diaconi: di vescovi, abati e membri delle alte gerarchie non si fa più menzione…

Prinz d’altronde è ben attento a non presentare ciò solo e soltanto sotto una luce negativa di abuso e “devianza”, perché, accanto ad esempi di individui oggettivamente violenti e indegni di ricoprire la carica ecclesiastica, e di altri al contrario a disagio e turbati dagli obblighi militari loro imposti, la maggioranza non vedeva in essi contraddizione alcuna con i suoi compiti religiosi, perché li riteneva un giusto servizio fatto al regno, di cui proprio in quel periodo si andava accentuando il carattere sacrale (C. Magno quale custode della Chiesa) e perché spesso la vedevano impegnata in lotte contro popolazioni pagane come quella dei Sassoni, senza trascurare, ancora una volta, l’inevitabile retaggio dei propri modelli culturali e familiari.

Anche nel campo dell’agiografia si assiste a un cambiamento nello stesso senso: secoli prima, una figura come s. Martino di Tours era stata presentata come orgogliosamente di umili origini e rigorosamente pacifista (pur essendo soldato, rifiuta di impugnare le armi contro i nemici), ora, invece, si fa strada un modello di santità aristocratica, cui non sono estranee e meno che mai incongrue le virtù guerresche.

Se, comunque, con Carlo Magno la partecipazione attiva degli ecclesiastici nelle campagne militari era abituale ma si era pur sempre svolta con relativa “discrezione”, diciamo così, come l’espletamento di un dovere nei confronti dell’autorità statale che non veniva mai contestato ma che in certi casi era vissuto effettivamente come una dolorosa e dura “necessità”, molte delle remore cadono con la crisi del sistema carolingio e le lotte fra i successori di Carlo che caratterizzeranno gran parte del IX secolo. Diversi fattori contribuiscono a ciò: intanto, appunto, l’esplodere delle lotte fratricide, tra Ludovico il Pio e i suoi figli, tra i vari fratelli e cugini, con l’inevitabile necessità di scegliere per quale fazione schierarsi; il conseguente e progressivo frantumarsi della struttura unitaria dell’impero, con il ripiegarsi su ambiti regionali in cui rientravano in gioco con prepotenza gli interessi privati e le politiche di potenza delle famiglie aristocratiche dalle cui fila provenivano vescovi e abati, nonché, non ultime, le spaventose invasioni e scorrerie di popolazioni pagane quali Normanni, Saraceni e, più tardi, Ungari, che, oltre a rendere i provvedimenti di difesa militare davvero tragicamente urgenti e necessari, fornivano ad essi anche una giustificazione ideologica e religiosa.

È con la dinastia ottoniana nel X secolo che si fa un ulteriore passo in avanti: per certi versi si tratta di una restaurazione del servizio militare dovuto al sovrano, come sotto Carlo Magno, in contrasto con l’anarchia dei decenni precedenti (che invece aveva riproposto la situazione fuori controllo del regno merovingico). Per altri aspetti, però, qualitativamente si tenta un salto piuttosto audace: mentre i Carolingi avevano sì preteso dai vescovi prestazioni militari, ma all’interno di un tradizionale rapporto di tipo vassallatico, sotto gli Ottoni gli ideologi di corte si ingegnano per presentare la lotta armata al servizio dell’impero come dovere “istituzionale” e al contempo autentico dovere pastorale, facente parte dei compiti propri di un vescovo, con la formula del regale sacerdotium. Ma c’è un però: quest’idea estrema, di totale subordinazione del sacerdotium al regnum, o meglio di perfetta coincidenza di fini e mezzi, non riesce mai ad essere completamente accettata e ad affermarsi: prova ne è, secondo Prinz, che neppure una figura appartenente alle più alte sfere dell’impero è stata immune da critiche: infatti, Ruotgero, il biografo di una delle più insigni incarnazioni di questo ideale di “ecclesiastico di Stato”, e cioè l’arcivescovo Bruno di Colonia, fratello minore di Ottone I, è costretto a fornire giustificazioni per la condotta del suo soggetto.

Occorre però evitare di scindere nettamente i due aspetti, politico-militare e pastorale, dell’attività di questi alti dignitari ecclesiastici, poiché per la gran parte di loro essi costituivano un tutt’uno: gli stessi individui che prendevano parte ad assedi e a cruenti battaglie partecipavano anche a sinodi per la riforma della Chiesa, senza avvertire apparentemente alcuna contraddizione, e anzi avendo la piena convinzione di agire sempre e comunque per il bene della res publica cristiana. Solo le menti più sensibili, e via via sempre di più nel corso del X secolo, avranno modo di riflettere e porsi domande su questo stato di cose, preludendo alle tensioni fra “regno” e “sacerdozio” che caratterizzeranno i secoli successivi. Ancora una volta, l’epoca medievale sfugge a classificazioni e giudizi troppo netti e rigidi.

Complessivamente un buon libro, anche se, in effetti, “pesante” da leggere: utile per dare uno sguardo a un contesto diverso da quello italiano, non è facile però districarsi tra gli innumerevoli assedi, battaglie, diocesi, e tra i tanti Adalberto, Luitgero, Flodoardo, Engelberto, Gauzlino, Wigerico, Gewilib…

Friedrich Prinz, Clero e guerra nell’alto medioevo (trad. Angela Lutri), voto = 3/5
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