Il petalo cremisi e il bianco

Chissà quante cose mi perdo, per via del mio snobismo strisciante! Per questo romanzo, uscito nel 2002, si era gridato al capolavoro, ma, visto il successo, visto il fatto che ne parlava bene Antonio D’Orrico (il critico del Corriere, che per me ne accezza uno su 1000, e gli altri 999 sono marchette improponibili: vero che comunque ha indovinato anche La città perfetta…), l’ho evitato come la peste. Mi immaginavo un po’ la “solita” storia, con l’eroina femminile invariabilmente “forte” e “indimenticabile”, della ragazza perduta ma in fondo di buon cuore che fa la scalata ai gradini più alti della società grazie a una serie di scelte (e di letti) azzeccate, la storia d’amore tormentata fra lui ricco e lei povera ma sveglia, la lotta per farsi accettare senza perdere la propria identità, un classico.

Ho iniziato, inaspettatamente, a tornarci sopra solo molto recentemente, letta per caso una recensione (entusiasta) nel blog Candido; e, al pensiero dei 20 anni di ricerche (10 di scrittura) costati all’autore, Michel Faber, per quest’unico, primo romanzo, la curiosità è aumentata gradualmente. Ed è così che, trovato il volume a meno della metà del prezzo di copertina in una libreria dell’usato, ho voluto rischiare.

Iniziando un romanzo di 983 pagine, personalmente mi assale sempre un senso di… beh no, non ansia né scoramento, ma diciamo che mi è necessario raccogliere le forze per non lasciarmi intimidire dal contrasto fra l’esilità delle pagine via via lette e l’enorme mole di quelle ancora da affrontare, tanto più che, spesso, più il libro è lungo, più si prende il suo tempo per cominciare davvero a “ingranare”: considerato che non è mia abitudine, a meno che non si tratti davvero di schifezze atroci, abbandonare un libro senza finirlo, se è pure grosso spero almeno che ne valga un po’ la pena.

Questo non è successo qui. Non ne valeva la pena? Al contrario, intendo dire che non si è mai presentato questo timore. Non è possibile farsi venire questi dubbi, non ce ne è il tempo materiale, l’autore, fin dalle prime righe, a sorpresa, subito (“Attento”), ti prende di peso e ti porta lì, dentro il romanzo, ti parla, ti interpella, ti stuzzica, ti affascina, diciamo pure che ti ipnotizza. Non avevo mai letto un libro scritto in questo stile così particolare: ci sarà forse qualcuno che l’ha trovato maledettamente irritante e ha chiuso Il petalo dopo le prime 10 pagine per non riaprirlo mai più, io ne sono stata conquistata. È vero che, andando avanti, l’uso di questa tecnica così inconsueta e coinvolgente si attenua progressivamente, per rientrare nei canoni della narrazione più tradizionale, ma all’inizio, davvero, non saprei descriverla meglio di come sia stato fatto in quarta di copertina, dove si parla di un lettore che è “costantemente dietro la spalla di Sugar [il personaggio principale] e degli altri protagonisti”, oppure definendola come una specie di lunghissimo piano sequenza, senza stacchi (soprattutto nella prima parte), una carrellata vertiginosa per le strade della Londra del 1875 trotterellando trafelati dietro a questo personaggio, per abbandonarlo all’improvviso e mettersi a seguire quell’altro (la città, in effetti, è la vera protagonista del romanzo: a un certo punto ho persino cercato di orientarmi nel dedalo di indirizzi e strade tenendo a lato una guida di Londra, ma era davvero troppo macchinoso interrompere sempre la lettura per rintracciare questo o quel quartiere citato: ho rinunciato, consapevole del fatto che, rispetto ai lettori inglesi, ci perdevo molto).

Le 983 pagine sono, quindi, volate in appena 6 giorni. Come noterete, non dico una parola della trama, perché, davvero, non saprei come renderle giustizia. E non posso dir nulla neanche dei personaggi, Sugar, William, Agnes, Henry, Emmeline…

Penso che di questo libro mi ricorderò sempre la mia reazione alle prime righe di pagina 562, che mi hanno causato un dolore così atroce che ho dovuto interrompere e alzarmi, piagnucolando “no, no, no…”: e volevo avere Michel Faber davanti per buttarmi ai suoi piedi e chiedergli “perché, perché???”. Questo quadretto forse dà l’idea di quanto mi abbia appassionato la lettura! Dopo la fatidica pagina 562, cui ero arrivata dopo giorni che leggevo a una velocità vertiginosa, mi sono bloccata e non sono più riuscita ad andare avanti per quel giorno, e ho seriamente temuto che l’incantesimo si fosse spezzato: avrei finito il libro, certo, ma non sarebbe stato più perfetto come prima. Sbagliavo, fortunatamente, e ieri sera ho raggiunto il finale, che, ho letto, qualche altro lettore, su Internet, evidentemente anch’egli rapito dal libro al punto da aver sviluppato una sorta di dipendenza da “tossico”, definisce “da querela”…! È vero, ancora una volta è stata una fortuna per Faber che non l’avessi per le mani, e tuttavia quanto è giusto, quanto è perfettamente appropriato un finale simile!

S

P

O

I

L

E

R
***SPOILER***

Sì, il finale: amici che avete amato Il petalo cremisi e il bianco, lo so, esiste il seguito, Natale in Silver Street, che in realtà probabilmente riunisce racconti o brani che non sono stati inclusi nel romanzo, se non ho capito male. Non lo leggerò! Non voglio sapere quel che accade a Sugar, Sophie, William, agli altri, già mi pento di aver sbirciato fra i commenti (per lo più negativi, a dire il vero) dei lettori nella pagina di IBS: dimenticare, dimenticare tutto! Penso che non possa esservi fine migliore di questa profonda incertezza, di questo mistero senza soluzione. E Dio mi fulmini se oserò andare a vedere il film che, a quanto pare, dovrebbero trarre dal libro! Già tremo!!!

***FINE SPOILER***

Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco (trad. Elena Dal Pra, Monica Pareschi), voto = 5/5
Per acquistarlo su amazon.it, ibs.it o libreriauniversitaria.it

P.S. Ok, diamoci una calmata! Comunque, atmosfere simili ad Angelica di Arthur Phillips, se non altro per la triste e struggente cappa di incomunicabilità e solitudine da cui sono schiacciati i rapporti uomo/donna.

3 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa britannica e irlandese

3 risposte a “Il petalo cremisi e il bianco

  1. Finalmente ho potuto finire di leggere la tua recensione! 🙂 Ma come hai fatto a finirlo in sei giorni? A me c’è voluto un mese intero, ogni sera un’ora, un’ora mezza di lettura. Di certo non è stato il genere di romanzo che mi ha catturato fino al punto da dedicargli le ore di sonno e non mi ha fatto neppure gridare al capolavoro, stilisticamente parlando, però mi è piaciuto! Mi è piaciuto soprattutto per come mi ha fatto vivere e respirare le strade della Londra vittoriana e per la sorprendente empatia dell’autore (uomo!) con l’animo femminile, al punto che mi viene il sospetto che la moglie di Faber sia stata più di un semplice aiuto.
    Dal punto di vista della prosa ho trovato la prima parte un pò troppo appesantita da un uso eccessivo della similitudine, per quanto le sue descrizioni siano molto efficaci. Molto, molto meglio la seconda metà del libro secondo me.
    Moloch, ho quasi scritto qui quella che sarà la mia ‘recensione’ su questo libro. Sono contenta di aver condiviso le mie prime impressioni con te. 🙂

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