Il cimitero di Praga

Promette un po’ più di quel che mantiene questo nuovo, attesissimo, romanzo di Umberto Eco, Il cimitero di Praga, ma nel complesso è una lettura godibile e interessante.

Protagonista è Simone Simonini, “il solo personaggio inventato di questa storia”, come avverte l’autore, perché “tutti gli altri […] sono realmente esistiti e hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono in questo romanzo”. E già questa premessa (in effetti questo passo si trova nella postfazione, ma è riportato anche nel risvolto di copertina) è stuzzicante.
Simonini, prima falsario, quindi spia, infiltrato, informatore dei servizi segreti sabaudi, francesi e russi, sarebbe, secondo la ricostruzione romanzesca di Eco, l’autore dei famigerati Protocolli dei Savi Anziani di Sion, solo che egli intitola invece il suo lavoro “Il cimitero di Praga”, appunto, dal luogo in cui i capi delle comunità ebraiche mondiali si sarebbero riuniti per pianificare la conquista del mondo. Nello scrivere il falso che poi diventerà la “Bibbia” degli antisemiti di tutto il mondo, Simonini è spinto dalle ossessioni inculcategli nella sua giovinezza dal nonno (Giovanni Battista Simonini, realmente esistito anche lui! Non se ne sa quasi nulla, però, è Eco a inventarne una biografia), con cui è cresciuto in un’atmosfera repressiva, reazionaria e soffocante (che gli ha instillato anche una violenta repulsione per le donne e per il sesso e un sentimento di odio e diffidenza verso il suo prossimo), ma soprattutto dalle pressioni dei servizi e delle polizie di mezza Europa, ansiosi di avere, nel XIX secolo come in ogni tempo, sembra dirci Eco, uno spettro da agitare di fronte alle masse succubi, siano essi gli ebrei, come in questo caso, oppure i massoni, i socialisti, i comunisti, i gesuiti, gli Illuminati…

Eco ci sta dicendo che nelle nostre scelte siamo sempre in fondo manipolati da altri, o piuttosto si sta anche un po’ prendendo gioco della nostra ossessione per i complotti, per trovare l’unica causa di tutto, l’unico burattinaio che tira le fila di ogni cosa, per banalizzare problemi complessi e lavarcene, in buona sostanza, le mani, perché tanto sono originati dal piano diabolico di un gruppo ristretto e potentissimo, che quindi non saremo mai in grado di sconfiggere? Una certa dose di intenzione parodistica c’è di sicuro (così come c’era ne Il pendolo di Foucault, che in fondo ha parecchi punti di contatto con Il cimitero di Praga, secondo me), basta analizzare il personaggio Simonini, ideatore o meglio esecutore di praticamente tutti gli intrighi e le trame della seconda metà del secolo, e già questa evidente esagerazione potrebbe sembrare implicitamente comica, che però non ha nulla di affascinante ed eroico, come ci si attenderebbe dalla figura “mitica” dell’agente segreto, è invece un individuo ripugnante, gretto, frustrato, che finisce la sua vita volontariamente recluso in uno stanzino in un vicolo parigino.
Allo stesso tempo, però, il lettore sogghigna ma non può fare a meno di provare una crescente inquietudine, chiaramente perché sa a cosa ha portato il montante antisemitismo che, dopo secoli e secoli di preparazione, ha iniziato a tracimare proprio in questo periodo di tempo. Ed è interessante anche, a prescindere dall’invenzione narrativa di individuare in Simonini l’autore dei Protocolli, osservare la (possibile, probabile) genesi di questo scritto, le fonti cui si è attinto, i motivi di certi passaggi, a quali pubblici chi lo ha commissionato pensava di rivolgersi, tramite quali canali voleva farlo conoscere. Sono tutte idee di Eco, ovviamente, sia pure fondate, suppongo, su studi approfonditi, e che gli servono per scrivere un romanzo, in fin dei conti, ma spiegano comunque il particolarissimo confluire di tanti filoni diversi che poi hanno generato il falso in questione. Ho letto sul Corriere che un critico puntualizzava come in questo romanzo non vi fosse nemmeno un personaggio positivo, perché persino gli idealisti fanno la figura dei fanatici o degli illusi senza speranza, e questa scelta è azzeccatissima per farci immergere nel clima di menzogna, opportunismo, cinismo che dominava (e, si chiede l’autore, domina tuttora?) nelle cancellerie di tutti i governi.

Detto questo, la lettura risulta comunque a tratti un po’ faticosa, perché, inevitabilmente, a causa della necessità di tentare di spiegare tutte le trame, le concause, i collegamenti, i vari contesti, le fonti, i complotti in cui Simonini è continuamente invischiato, visto l’affollamento di personaggi incontrati, la parte centrale è verbosa e povera d’azione. Peccato perché l’inizio è fulminante, e la trovata del “doppio” spiazza (anche se è evidente che poi la spiegazione che sarà palesata alla fine del libro può essere una sola, e nonostante Eco si compiaccia un po’ troppo nella parte centrale di certe sue arguzie, di rimandi, di botta e risposta fra Simonini e l’abate Dalla Piccola, la tensione “regge” fino al pre-finale). Maggiormente godibili sono i capitoli più “esoterici”, romanzeschi e venati di horror, in cui agisce appunto l’alter ego del protagonista, Dalla Piccola, anche se pure qui il sospetto che Eco stia ridendo sotto i baffi nel propinarci un minestrone di tanti romanzacci neri e d’appendice c’è.

Il romanzo è corredato di tante illustrazioni d’epoca provenienti da varie opere (che però non sono specificate), che “illustrano” determinati passaggi: questo gli dà ancor di più l’aspetto di feuilleton ottocentesco, il che, credo, era l’effetto che Eco voleva ottenere con questa scelta editoriale oggi poco frequente.

Umberto Eco, Il cimitero di Praga, voto = 3,5/5
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4 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

4 risposte a “Il cimitero di Praga

  1. utente anonimo

    Finito di leggere stamane. Concordo, soprattutto quel "promette più che mantiene". Finendo la lettura, come dire, "troppi pochi complotti"
    Ma in realtà, fin dal risvolto parla di fuilletton, trame intricate e scambi di persona, ma mai nulla di realmente complicato. E forse, soprattutto chi come me si aspettava un sequel ideale del pendolo, rimane un po' deluso.
    Troppo tempo dedicato ai satanisti e palladiani, e poco all'affaire Dreyfuss. Le digressioni del Dalla Piccola son divertenti, aggiungono il tocco del romanzetto d'appendince, ma mi è sembrato un po' troppo spazio dedicato a un aspetto minore, mentre, forse "l'intercambialità del complotto: gesuiti/massoni/ebrei" e il substrato in cui nascono, si riproducono e soprattutto si copiano le idee, potevano avere un ulteriore approfondimento.
    Ma d'altronde è un fuilletton e non un romanzo (pseudo)storico.
    La cosa che più mi ha colpito è invece, come dopo "La Misteriosa Fiamma della Regina Loana" tornasse la figura dello smemorato che deve ricordare, quasi che questo romanzo fosse più vicino a questo, che al Pendolo di Focault (anche se il Pendolo stesso è un lungo Flashback).
    Ma anche se c'è un accenno di delusione, si resta sempre stupefatti e ammirati dalla sua capacità di approfondire fatti storici e riraccontarli in forma di romanzo. E anche il gusto per la citazione dotta. Tante che diventa quasi impossibile (a patto di non avere una cultura pari…) distinguere la citazione dal fatto storico… E io che immaginavo che quel Simonini, fosse una citazione del Costantino Simonidis il falsario "inseguito" da Luciano Canfora. Ma tant'è!
    Un saluto,
    Il Palazzo

  2. utente anonimo

    Riguardo alla lettura a tratti un po' faticosa, concordo. Personalmente ho trovato alcuni passi noiosi. Non sono, però, rimasta positivamente folgorata dall'inizio, in realtà le prime cento pagine mi avevano lasciata di sasso: incominciavo a preoccuparmi che proseguisse con quella narrazione dissociata sino alla fine. Successivamente sono riuscita ad addentrarmi meglio nella storia, a farmi coinvolgere.

    Credo che Eco sia stato molto abile a caratterizzare Simonini: un antieroe per cui è impossibile simpatizzare, una persona squallida.

    Trovo molto azzeccata l'intuizione letta sul Corriere sulla mancanza di personaggi positivi e sulla trasformazione degli idealisti in fanatici e illusi… povero Zola!

    Penso che l'autore sia stato molto bravo a impiegare intelligentemente la sua vasta cultura nella scrittura di questo romanzo, anche se il suo sforzo migliore – dal mio punto di vista – rimane Il pendolo di Facault.

    Ludo.

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