La monaca

Ogni tanto “mi fisso” su determinati libri senza un vero perché, ne sento parlare, ci penso, ci ripenso, me li immagino, li devo leggere prima di qualunque altro. La dovrei smettere perché il più delle volte poi tanta attesa genera inevitabilmente delusione. Anche questo, La monaca, di Simonetta Agnello Hornby, chissà come mai mi ha attirato tanto. L’avrò visto, non più di tre settimane fa (è uscito a fine ottobre), su aNobii, o su IBS, non so, e me lo son letto in questi tre giorni a La Spezia.

Storia (inventata) di una monacazione forzata nel Regno delle Due Sicilie della prima metà del XIX secolo: la giovane Agata Padellani è innamorata, ricambiata, di Giacomo Lepre, ma il matrimonio viene osteggiato dalle famiglie, che invece costringono la ragazza a monacarsi. Lungo il tragitto per mare da Messina a Napoli, Agata, disperata, si confida con il capitano James Garson, appena conosciuto, con cui col tempo stringe un’amicizia alimentata dai comuni gusti letterari: lui le invia molti libri al convento, la ragazza studia, mantiene una sua indipendenza di pensiero anche all’interno della rigida clausura, si interessa anche dei nuovi ideali di uguaglianza e democrazia propugnati dal cognato carbonaro. La vita al convento è dura e Agata deve fare molti sforzi per adattarvisi, mentre pian piano il ricordo di Giacomo si affievolisce e sempre più cresce l’attrazione per James.

Così era presentato il libro: poteva essere interessante, pensavo, la descrizione della vita in convento, così come poteva dimostrarsi un tema delicato ed emozionante il nascere di questa tenera amicizia fra i due corrispondenti, Agata e James, forse un amore, chissà quanto corrisposto da lui, destinato però a rimanere per sempre inespresso. Ecco quel che mi immaginavo.

La prima parte, precedente all’ingresso nel convento, non ha riservato grandi sorprese: tanti personaggi, caratterizzati più o meno bene, descrizioni di riti, cerimonie, feste, balli, insomma un po’ tutto l’ambaradan del romanzo storico, compresi i bignamini di storia del Sud Italia durante la Restaurazione inseriti qua e là (se non altro, l’autrice non cade nel maldestro espediente di mettere in bocca ai personaggi discorsetti che, del tutto incongruamente, ci forniscono le informazioni sul contesto storico: rinuncia in partenza a inserire queste notizie “naturalmente” nella storia, le espone direttamente, in tal senso collocandosi in una prospettiva totalmente esterna alla vicenda. Non sono un critico letterario: spero si sia capito cosa intendo), la “solita” fissa nell’indugiare sui cibi, gli odori, i profumi, che fa tanto Sud, Sicilia, sensualità (mah!), insomma, manierismi stucchevoli, ma che ci potevano anche stare: ripeto, non mi aspettavo diversamente.

Dopo l’ingresso in convento, il racconto prende tutto un altro ritmo: prima lento, senza fretta, ora si va di gran carriera, si salta in una volta da Natale alla Pasqua dopo, il che disorienta assai. Non so, forse l’autrice intende dire che la vita della clausura è talmente “senza storia” che può essere scorsa anche molto velocemente. Fatto sta che così il carattere della protagonista, già odiosetta di suo, pare oltremodo incostante e sconclusionato: prima non vuole assolutamente farsi monaca, poi sì, poi mezza pagina dopo no, poi due pagine dopo leggiamo quanto si trova bene là dentro, poi ancora quanto invece non sentisse alcuna vocazione e non vedesse l’ora di uscire. Certo, probabilmente è intenzionale tutto ciò, vuol significare le incertezze, i dubbi, i continui ripensamenti della povera ragazza, incapace di capire, tra mille condizionamenti, la sua volontà: sarà, ma è reso talmente male che irrita assai, oltre a essere incredibilmente ripetitivo.

Il peggio però è che il libro si trasforma in una sceneggiatura del cartone Lovely Sara: non è molto chiaro perché (l’ho detto, una volta è una cosa, quattro righe dopo è il contrario! Prima le vogliono tutti bene, poi la vogliono ammazzare), ma Agata finisce per essere odiata un po’ da tutte nel convento, che quindi gliene fanno passare di ogni, in un crescendo di patetismo. Viriamo poi sul romanzetto d’appendice, con tanto di amori lesbo, aborti, tentati avvelenamenti, suicidi. A un certo punto sembra che la protagonista se la vogliano fare tutti (perché, dimenticavo, lei è bellissima), il prete, il cardinale (ma boh, io ho interpretato così, questo personaggio sembra essere fissato con lei per qualche motivo suo, non si capisce…), il confessore, da ultimo pure questo famoso James, e finalmente questo filone del racconto (l’amore tra i due) diventa il principale, se non l’unico. A un certo punto ho iniziato a leggere saltando anche qualche parola qua e là per arrivare più in fretta alla conclusione, tanto era sempre uguale: la mandano qua, là, a Napoli, a Palermo, a Monreale, va da questo, va da quello, mentre James la cerca in lungo e in largo, e lei non fa che desiderare che lui arrivi a portarla via. Nel frattempo è arrivato il 1848 e scoppia la rivoluzione. Così per infiniti capitoletti, due palle assurde.

Alla fine, all’ultimissimissima pagina, si mette insieme col suo James (eh sì, vi ho svelato il finale), ma poi, in fondo, chissenefrega di loro due: l’ultima cosa che il libro mi ha invogliato a fare è stato prendermi a cuore la loro storia.

Stronzata (quasi) totale (si salva un po’ la prima parte), cancelliamola subito dalla mente; autrice cassata per sempre dalla mia personale lista.

Simonetta Agnello Hornby, La monaca, voto = 1,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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