Il santo levriero

Nel 1250 circa, in un borgo contadino della diocesi di Lione, il predicatore e inquisitore domenicano Etienne de Bourbon ascolta in confessione che la popolazione del luogo è particolarmente devota a san Guinefort martire: incuriosito da questo nome che non conosce, indaga, e scopre stupefatto che si tratta di… un cane, che, secondo la leggenda, fu ucciso dal suo padrone, un cavaliere, che, rientrato in casa e trovatolo sporco di sangue, credeva avesse divorato il suo bambino nella culla, mentre invece l’aveva protetto dall’attacco di un grosso serpente. I contadini rendono omaggio al levriero “martire” in un bosco nelle vicinanze, e in modo particolare le donne ritengono che, attraverso dei riti codificati, il suo intervento sia determinante nel guarire i bambini malati. Etienne de Bourbon entra in azione, fa abbattere il bosco sacro e predica ai contadini informandoli del loro “errore”, e se ne va convinto di aver estirpato quella “superstizione”: è proprio grazie a lui che oggi conosciamo la vicenda, perché la narra come exemplum in un suo trattato posteriore.

È da questo straordinario documento che lo storico Jean-Claude Schmitt è partito per scrivere questo bellissimo saggio del 1979, da me lungamente cercato e oggi difficilmente reperibile (è stata quindi una sorpresa scoprire che l’avrei potuto trovare da un pezzo, era nel catalogo della biblioteca dell’istituto di etnologia e antropologia culturale, qui, a Perugia!).

Con un procedimento assolutamente logico e consequenziale, e in uno stile e con un linguaggio rigorosi ma anche piani, semplici e perfettamente comprensibili, lo studioso analizza “pezzo per pezzo” tutte le componenti di questo documento; parte dal suo testimone, Etienne de Bourbon, di cui ricostruisce, nei limiti del possibile, la biografia, ma soprattutto definisce lo status, la cultura, le funzioni e ricostruisce, ricavandole dai documenti coevi, dai trattati teologici, dai testi normativi, dai manuali per inquisitori e confessori, ecc., un presumibile modo di pensare e di operare nello svolgimento del suo lavoro del frate. Valuta la sua attendibilità quale testimone e quale e quanto possa essere il suo resoconto scritto aderente al racconto a voce che ha ascoltato dai contadini, quanta parte di esso sia stata, forse, distorta, mal compresa, riformulata. Quindi la sua attenzione si sposta sul testo, dapprima sulla leggenda del cane, di cui individua i riferimenti letterari, le precedenti e successive tradizioni (è chiaro, infatti, che essa non narra un “fatto” storico, “realmente accaduto”…), le differenze tra una variante e l’altra, gli ambienti che le hanno prodotte e tramandate, i simbolismi sottesi, in un’esame minuzioso ed erudito, ma mai noioso. Successivamente passa a illustrare la figura del san Guinefort “canonico”, o meglio… umano (il nome e il santo non sono infatti una creazione originale della cultura folclorica, che se ne è invece servita per elaborare il proprio sistema di credenze), quello cioè meglio conosciuto dall’agiografia e attestato da documenti scritti a opera della cultura clericale/”dotta”/dominante, e scopre quindi le attestazioni più antiche del suo culto, l’area geografica interessata e le relazioni tra i vari centri, i modi in cui, presumibilmente, la popolazione delle campagne è venuta a conoscenza del nome e della storia del santo, evidenziando quindi vari punti di contatto insospettabili tra la versione dotta e la versione rustica del culto (come il riferimento pressocché costante nello spazio e nel tempo ai bambini malati quale categoria maggiormente destinataria della protezione del santo).

Leggendo mi immaginavo il grande lavoro sui documenti d’archivio, sui testi della natura più disparata, sul campo dell’autore, dalle Alpi alla Normandia, da Pavia a Sora, la sua soddisfazione nel trovare qua e là tante piccole conferme alle sue supposizioni (il culto di san Guinefort nato in un ambiente prevalentemente monastico e cluniacense, e proprio i cluniacensi organizzano nel XII secolo una solenne processione di reliquie nella regione visitata circa cento anni dopo da Etienne de Bourbon, il quale a sua volta probabilmente proprio perché proveniva da tutto un altro contesto culturale, quello urbano dei conventi domenicani, non aveva mai sentito parlare del santo… e così via). Infatti, altro pregio notevole del libro è che fa entrare veramente nella cosiddetta “officina dello storico”, l’autore ci mette a parte di tante sue ipotesi, false piste, prese di posizione, scelte in caso di varie possibili spiegazioni, passaggi, dei metodi e degli strumenti utilizzati.

Infine, dopo l’analisi puntuale dei vari elementi, tenta la sintesi fornendo la sua interpretazione della leggenda, del rito, della funzione che essi avevano per i loro creatori e fruitori in quel preciso contesto storico, delle ragioni della loro eccezionale persistenza, rimasta immutata nei suoi aspetti fondamentali, pur nelle inevitabili modificazioni, fino agli inizi del XX secolo (con buona pace del nostro Etienne de Bourbon, convinto di averla cancellata!), così come della loro repentina scomparsa e dimenticanza in epoca contemporanea.

Jean-Claude Schmitt, Il santo levriero. Guinefort guaritore di bambini (trad. Pietro Arlorio), voto = 4/5

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