La vita privata. Dall’impero romano all’anno Mille

Uno dei miei primi acquisti di libri autonomi e “consapevoli”, che ancora ricordo nei dettagli: era il 2001, ricordo il piano superiore della libreria di via Oberdan (recentemente chiusa in modo definitivo, allora era nel suo periodo d’oro, punto di riferimento per tutti i lettori perugini), l’angolo all’estrema sinistra dedicato al settore “storia”, e il fascino di questa bellissima opera in 5 volumi (oltre a questo, il primo, ci sono Dal feudalesimo al Rinascimento, Dal Rinascimento all’Illuminismo, L’Ottocento e Il Novecento), nonché i miei tormenti sull’opportunità di spendere in un sol colpo una somma per me consistente, e cioè 26.000 lire moltiplicato per 5, ovvero 130.000 lire (pensiamoci un attimo, nel 2001 volumi simili, di 400 e passa pagine ciascuno, di un certo pregio o comunque molto belli, riccamente illustrati con pagine e pagine di tavole fuori testo ancorché in bianco e nero, costavano 26.000 lire l’uno, cioè, come già si iniziava a indicare in vista del prossimo passaggio all’euro, € 13,43, con un’equivalenza precisa al centesimo! 13 euro! Oggi con questa somma poco ci manca che non arrivi a comprare un libro di 100 pagine. Che tenerezza!). Alla fine li comprai (con l’eccezione dell’ultimo, che mi interessava ben poco), perché… come resistere? E forse me ne ricordo così bene anche perché fu un investimento, economico e affettivo, degno di nota: dal 2001 costituiscono uno dei possessi più preziosi della mia biblioteca privata, eppure potrà sembrare strano che solo ora mi sia messa a leggerli, a 9 anni di distanza! In parte perché i libri da leggere si accumulano continuamente a un ritmo vertiginoso, e non basta mai il tempo, neanche a me che pure, mi riconosco questo difetto, leggo troppo voracemente, passo da un volume all’altro senza darmi il tempo di “depositare” e “decantare” nulla, con l’autentica smania del “collezionista”. In parte anche perché ho sempre pensato che questi volumi de La vita privata non potessero essere affrontati separatamente, ma andassero letti rigorosamente l’uno di seguito all’altro, per poter avere davvero un quadro dell’opera intera, altrimenti spezzettata nel corso dei mesi, se non degli anni, e l’impresa era piuttosto impegnativa e mi ha fatto a lungo arretrare. Mi ci sono infine dedicata questo mese. Come spesso mi capita, ho occupato un sacco di spazio per parlare della mia storia personale relativa al libro, e ora finalmente giungo alla recensione vera e propria!

Il primo volume della serie, forse perché incentrato in parte su un periodo che suscita in misura minore il mio interesse, ma anche per caratteristiche dell’opera che alla fin fine paventavo, si è rivelato in generale piuttosto pesante e francamente poco chiaro. Come dicevo, essendo l’opera il frutto di un’équipe di studiosi prevalentemente francesi, mi aspettavo, e qui puntualmente ne ho avuta la riprova, che il loro campo di interesse, il loro termine di paragone, la loro attenzione si focalizzassero quasi esclusivamente sulla Francia. Questo in fin dei conti era prevedibile e pure giustificabile, avendo loro scritto primariamente per un pubblico francese; forse questo aspetto sarà anche più accentuato nei volumi seguenti, poiché qui, in definitiva, come fai a trattare esclusivamente della regione francese se ti occupi dell’impero romano, ma tanto più appunto i riferimenti a essa mi sono sembrati troppo insistenti e fuori luogo, specialmente nel saggio di Paul Veyne. Lo stesso Veyne, poi, ha uno stile di scrittura un po’ troppo “immaginifico” per i miei gusti, e alcuni passaggi del suo testo francamente sono abbastanza oscuri: gli altri studiosi purtroppo lo imitano in questa tendenza, con la parziale eccezione di Evelyne Patlagean, che si occupa dell’impero bizantino e che infatti è autrice del contributo secondo me migliore e più chiaro (non male comunque anche quello Yvon Thébert, sull’architettura privata nell’Africa romana: come si vede dove il contesto spaziale è più esotico si ottengono i risultati per me migliori e naturalmente meno “francocentrici”).

L’attenzione per la Francia, o meglio per la Gallia antica, tardo-antica e alto-medievale, non è però sempre un “male” (intendo, per me come lettrice italiana): considerazioni sulle usanze dei Germani del nord, sulle dinastie merovingie e carolingie ancora abbondantemente intrise di paganesimo sono state una scoperta, tanto sono diverse dal nostro coevo mondo mediterraneo, i cui occupanti (Ostrogoti, Longobardi), conoscono invece una cristianizzazione, ovviamente in alcuni casi parziale, costretta a compromessi vari, ma comunque più precoce e decisa.

Poca chiarezza, e poca contestualizzazione, si riscontra anche nelle didascalie delle belle immagini, tanto che spesso non si sa bene come collegarle al testo, quale punto di esso servano ad illustrare, e finiscono a volte per ridursi a semplice abbellimento, anche perché nel testo stesso quasi mai ci sono dei puntuali richiami a questa o quella immagine: sarebbe bastato un semplice “vedi fig. X”, per renderne più agevole l’interpretazione.

Un’ulteriore causa di vivo disappunto è stato il lavoro non certo impeccabile fatto dall’editore italiano (Laterza, e il che è abbastanza sorprendente): punteggiatura sballata ed erroracci (del traduttore?) come “pò”, “sù”, etc.

La vita privata, a cura di P. Ariès e G. Duby, vol. I: Dall’impero romano all’anno Mille, voto = 3/5

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