L’ozio come stile di vita

Sono in ferie fino a lunedì e, quindi, mi è sembrato appropriato iniziare, in questo agosto di letture senza un filo conduttore, L’ozio come stile di vita, di Tom Hodgkinson.

Acquistato tre anni fa al prezzo scontatissimo di 5€ o giù di lì alla fiera dei morti, in realtà si è rivelato diverso da quanto mi aspettassi: credevo si trattasse di un libro umoristico, invece, pur se pervaso da un sottile humor molto british, il testo vuol essere un pamphlet semi-serio per invitarci a essere tutti più oziosi, a lavorare di meno e a “perdere” più tempo non facendo nulla.

A detta dell’autore, l’ossessione per il lavoro, la produttività, l’efficienza, la condanna, anche morale, di chi non impiega in modo “utile” il proprio tempo, il senso di colpa che ci pervade quando ci concediamo finalmente momenti di ozio sottraendoli al lavoro, sono tutte conseguenze nefaste della svolta impressa nella mentalità occidentale dalla rivoluzione industriale, che ha introdotto l’ansia del profitto, la diffidenza o l’ostilità verso gli elementi non produttivi della comunità, definiti di volta in volta perdigiorno, sediziosi, “asociali”, anche se una parte di colpa, sempre secondo Hodgkinson, ce l’hanno anche una certa morale cristiana e l’etica protestante del lavoro come via di salvezza. A questi “falsi miti” egli contrappone il gesto di “ribellione” dell’ozioso, che rifiutandosi di conformarsi al modello di uomo schiavo/lavoratore/macchina/consumatore torna a essere libero, si riappropria di tanti piccoli momenti preziosi che il ritmo frenetico della vita moderna gli ha sottratto, o che ormai a volte appaiono quasi come piaceri proibiti, perché non hanno utilità pratica. Senza contare che dedicandosi regolarmente anche alla pura “contemplazione” o, per dirla tutta, a un sano ozio, si è tutt’altro che improduttivi, sostiene Hodgkinson, anzi spesso la mente rigenerata è in grado di elaborare idee migliori.

Il libretto, corredato di illustrazioni carinissime di Roderick Mills, è strutturato secondo le ore di una giornata-tipo dell’ozioso, e ciascun capitoletto tratta un aspetto della difficile arte di non far nulla, portando a sostegno aneddoti o brani letterari, alcuni molto gustosi, prevalentemente provenienti dal mondo angloamericano, ma non mancano i pensatori orientali, Baudelaire, Nietzsche.

Vi si trovano tesi interessanti e condivisibili, come nel capitoletto sulla malattia: premesso che si parla ovviamente di cose non gravi, per intendersi un’influenza, oggi la malattia è per lo più negata, o aggredita a colpi di medicinali perché passi al più presto, per essere in grado di tornare al lavoro il più in fretta possibile. Star male è da “rammolliti”, assentarsi troppo a lungo dal lavoro è un danno per la società. Si dovrebbe invece rispettare la malattia come momento altrettanto importante della vita umana, rispettandone il decorso, o quanto meno senza forzare a tutti i costi una guarigione immediata, smettere di sentirsi in colpa e usare il tempo di inattività obbligata per coccolarsi di più. “Dobbiamo cercare di resistere alla pressione che ci spinge a rifiutare gli aspetti della nostra vita che non si adattano al paradigma di produttività, razionalità, industriosità impostoci dalla società e da noi stessi” (p. 69).

Ed è vero anche che buona parte dell’ansia di fare, lavorare, guadagnare ci viene dal desiderio di soddisfare bisogni che, a un’analisi più attenta, sono tutt’altro che fondamentali, ma piuttosto indotti.

Altre idee sono invece francamente più discutibili, come la glorificazione del fumo, dell’alcol e delle droghe, amici dell’ozioso, risibili o, appunto, “oziose”, nel senso che lasciano il tempo che trovano, come la pretesa di provare ad alzarsi tutti più tardi la mattina. Il pubblico ideale di Hodgkinson sembra essere qualcuno che vive in beata solitudine senza avere la responsabilità di alcuno, condizione non alla portata di tutti. A rendere la lettura pesante e irritante è il generale tono di autocompiacimento e snobistica superiorità di cui si circonda l’autore: leggere fra le righe quanto siamo patetici per non aver compreso prima quello che ora egli ci sta rivelando e che ci cambierà la vita alla lunga rompe anche un po’ le scatole. Alla fine, poi, la tesi di fondo è continuamente ripetuta in modo abbastanza petulante e ossessivo: un po’ di pagine in meno e il libro ne avrebbe guadagnato, tanto il discorso è sempre quello. Altrettanto insistente e, francamente, retorica la nostalgia verso i bei tempi andati in cui si lavorava di meno e si era tutti più felici. Mi ha stupito, poi, non trovare nessun accenno a quella che è un’attività fondamentale dell’ozioso: la lettura…

Un libretto che ti può al massimo dare qualche spunto di riflessione, ma che di certo non riuscirà a “cambiarti la vita”, come si proporrebbe. E che non fa ridere.

Tom Hodgkinson, L’ozio come stile di vita (trad. Carlo Capararo), voto = 2,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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