Ultimi vampiri

Prima di Ultimi vampiri, una rarità: un caso di libro abbandonato.

In questi ultimi giorni, in biblioteca, mi aveva molto colpito, nella vetrina delle ultime acquisizioni, un romanzone dalla bella copertina e dal bellissimo titolo, Dio ha misurato il tuo regno, di Miklós Bánffy. Visto che veniva molto lodato (vedi le recensioni generalmente positive dei lettori su aNobii) e che sembrava intrigante, l’ho preso in prestito e iniziato questo lunedì. Ho smesso a pagina 80 circa e sono uscita col cane. Non era scattato nulla, la scrittura non mi era parsa poi così notevole, anzi, mi stava facendo due palle così, per cui mi sono detta: “Ho davvero voglia di andare avanti per altre 790 pagine? No”. Con i mattoni ambientati nel morente impero austro-ungarico ho già dato con I cospiratori di Bernstein. E quindi forse mi sono persa l’occasione di leggere un capolavoro a lungo dimenticato e ora ritrovato del «Tolstoj della Transilvania», come si dice sulla copertina. In compenso ho letto l’inquietante passo del Libro di Daniele citato nel titolo (Dn 5, 1-31).

Su Ultimi vampiri. Meh. Lettura un po’ “obbligata”, perché vorrei fare un ordine a breve su IBS e l’autore, Gianfranco Manfredi, mi incuriosiva per le trame, apparentemente originali e allettanti, dei suoi romanzi (in particolare mi interessavano Il piccolo diavolo nero, Cromantica e Ho freddo). Ma preferivo prima “testarlo” col titolo che già avevo in libreria, Ultimi vampiri, appunto. In questo periodo di inflazione incontrollata di vampiri “ripensati” per un pubblico di ragazzine, di questo libro veniva detto che aveva il merito di presentare Dracula e i suoi compari nella buona vecchia maniera di un tempo, quando i vampiri ancora non andavano al liceo e vivevano zuccherose storie d’amore, ma dormivano nelle bare, uscivano solo di notte e succhiavano il sangue agli umani. Neanche si poteva accusare Manfredi di approfittare del trend del mercato, perché in realtà il libro, una raccolta di racconti, risale al 1987, periodo non sospetto (al titolo è stata aggiunta la dicitura Extended Version perché, in occasione della riedizione, nel 2009, per i tipi della Gargoyle Books, l’autore vi ha inserito un inedito racconto lungo, o romanzo breve, Summer of Love). Oltre tutto, i racconti erano accomunati dal fatto di essere ambientati nei secoli passati, dalla Spagna dell’Inquisizione alla Francia del Re Sole, e le ambientazioni, a quanto pareva, erano accurate; le stesse figure dei vampiri protagonisti, che narravano le loro vicende in prima persona, erano inoltre prese a pretesto per indagare, con l’uso della metafora, i meccanismi di emarginazione ed esclusione sociale (i vampiri come “diversi”, per una volta non solo mostri succhiasangue ma anche vittime delle “pulizie etniche” degli umani).

Insomma, qualche presupposto per una lettura piacevole c’era, anche se era da un po’ che non tornavo al genere horror, tanto frequentato nell’adolescenza.

Già però la prefazione, a firma di Tullio Avoledo, gettava qualche ombra e metteva di malumore. Nel poco spazio concessogli, Avoledo riusciva nell’impresa di parlare molto più di e del suo libro (che, vista l’antipatia dell’autore, sicuramente non leggerò mai) che di Manfredi e della sua opera.

Veniamo ai racconti: una generale delusione. Effettivamente Manfredi sembra in possesso di una solida cultura storica, e va bene. Evita anche i facili luoghi comuni, e va bene (in questo senso apprezzabile il racconto Limpieza, ambientato nella Spagna del XVII secolo). Ma tutto viene appesantito da uno stile ampolloso ed eccessivamente ricercato, che contribuisce a rendere le trame confuse, a non far capire, a volte, alcuni passaggi logici, perché i personaggi saltino a certe conclusioni, compiano certe azioni, fino a dare l’impressione di concludere i singoli racconti senza aver realmente capito granché di quel che sia successo. Alcuni di essi, comunque, si salvano, vale a dire che, pur non essendo lo stesso un granché, sono meno pretenziosi e inconsistenti degli altri (ad es., in parte, Il pipistrello di Versailles, che ha una buonissima premessa e poi scivola in un finale ridicolo, o Fratello blu, o Hanno rubato la testa dell’Arcivampiro, grottesco e volutamente autoironico fin dal titolo, ma che almeno si distingue grazie al suo humor nero).

Tuttavia, meglio comunque l’ampollosità, la ricerca esasperata e sforzata del linguaggio elegante ed “evocativo” riscontrate in questi racconti più vecchi, che il registro sguaiato, finto sporco, pallida imitazione del genere pulp adottato nell’ultimo e più recente, e ahimè anche il più lungo, Summer of Love, ambientato ovviamente nella San Francisco degli anni Sessanta del XX secolo. Sciocco, pasticciato, illogico, noioso, inconcludente, infarcito di note, in gran parte inutili e assolutamente irritanti (l’autore ci crede tutti dei cretini profondamente ignoranti che non hanno idea di chi fossero James Dean e Janis Joplin??? Che, se un personaggio canticchia “like a rolling stone…”, hanno bisogno che sia loro spiegato che è un verso della famosa canzone di Bob Dylan??? E via così), per il resto messe lì per consentire a Manfredi di dare sfoggio della sua profonda conoscenza della cultura giovanile dei favolosi ’60. Centocinquanta pagine circa totalmente stonate rispetto al resto del libro, scritte in modo così maldestro che, addirittura, a poche pagine dalla fine, un personaggio di nome Mark diventa, per ben tre volte… Mike! Mai vista una cosa talmente imbarazzante, un pressapochismo del genere, sembrava una copia di Atlanta Nights. In poche parole, questo racconto entra di diritto fra le cose più brutte che abbia mai letto.

Concludono la raccolta tre brevi saggi sul vampirismo abbastanza insipidi (mettile qui le note allora, no?? non prima!) ma che, al confronto, fanno un figurone, anche se, arrivati alla fine di Summer of Love, si avrebbe solo voglia di gettare il libro contro la parete. Decisamente, risparmierò i soldi degli altri tre romanzi.

Gianfranco Manfredi, Ultimi vampiri. Extended Version, voto = 2,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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