Persepolis

Il caso ha voluto che nella stessa giornata di ieri abbia letto e visto due opere, entrambe apprezzabili, che denunciano i mali dell’intolleranza e del fondamentalismo, soprattutto di stampo religioso: si tratta della graphic novel Persepolis, di Marjane Satrapi, e del film Agora, di Alejandro Amenábar.

Riguardo al secondo, buon film, soprattutto nella prima metà, belle scenografie, solita necessità di semplificare al massimo complessi processi storici per “comprimere” tutto nello spazio di due ore. Unica pecca, va bene che l’assoluta scarsità di notizie certe su Ipazia consente, se non altro anche per ragioni artistiche e di trama, le più ardite congetture, ma presentarla addirittura come la prima formulatrice della teoria eliocentrica di Keplero mi è parso esagerato e, tutto sommato, ai fini del messaggio di fondo (la ricerca che deve essere libera dal dogma, il dubbio come motore di sempre nuove scoperte), non strettamente necessario. Ma da che mondo è mondo se vuoi parlare di conflitto scienza/religione devi metterci dentro la Terra che gira attorno al Sole.

Più emozionante (e, sinceramente, mi ha anche impressionato di più, trattando di avvenimenti ben più vicini nel tempo) è stata però la lettura di Persepolis. Non ha riservato grosse sorprese, poiché nel 2008 avevo già visto il film d’animazione che ne è stato tratto (anzi, mi era tanto piaciuto da spingermi appunto ad acquistare il libro), anche se c’è qualche differenza con la versione cinematografica, ma mi ha ugualmente commossa.

La parte più poetica e tenera e meglio riuscita è sicuramente quella che tratta dell’infanzia dell’autrice, delle sue ardite fantasie da bambina, dei suoi costanti tentativi, candidi, ingenui, spiazzanti, di comprendere, dal suo punto di vista infantile, la complessa e tragica situazione che si trova a vivere l’Iran a cavallo della “rivoluzione islamica” del 1979, del suo stupore verso un mondo che all’improvviso cambia radicalmente, delle sue prime, quasi inconsapevoli, ribellioni.

Mano a mano che Marjane diventa donna diventa più esplicita e sentita la sua lotta ai mille piccoli grandi soprusi e ai divieti, quando odiosi, quando francamente ridicoli, che il regime fondamentalista impone alla vita delle persone. Non che l’autrice si presenti come un’eroina, anzi, è impietosa a volte nel presentare le sue debolezze, i suoi fallimenti, i suoi sbagli, i suoi atti di vigliaccheria, le occasioni sprecate (specialmente nella parte centrale dell’opera, in cui si narra dei quattro anni trascorsi a Vienna).

Straordinaria è l’abilità della Satrapi di rendere, pur in uno stile molto semplice e spoglio di molti dettagli, rigorosamente in bianco e nero, le espressioni e i volti.

Marjane Satrapi, Persepolis (trad. Cristina Sparagana, Gianluigi Gasparini), voto = 4/5

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