I Viceré

Fino a un certo momento, sapevo solo che I Viceré era un romanzo italiano dell’Ottocento, e poco più. Maggiore interesse per l’argomento ho iniziato a nutrirlo quando uscì il film di Roberto Faenza, nel 2007. Non andai a vederlo (anche perché fu stroncato un po’ da tutti), ma fra gli spezzoni che passavano in televisione ricordo scene che mi parvero visivamente molto eleganti: in particolare, la locandina e i costumi maschili, con gli uomini in nero, dalle squisite redingote e dagli alti cilindri (si trattava degli attori Alessandro Preziosi e Lando Buzzanca). Quindi l’opera ha iniziato a essere inserita fra quelle che avrei anche potuto leggere, cosa che si è avverata in questi giorni.

A conti fatti, credo di aver fatto bene a lasciar stare il film: dal cast di attori che si trova alla pagina su Wikipedia parrebbe che, su 650 pagine di romanzo, gli sceneggiatori si siano concentrati solo sull’ultima parte. Criminali! E, oltre tutto, i volti degli attori mi avrebbero inevitabilmente “influenzata” nell’immaginarmi i personaggi.

Invece, benissimo ho fatto a leggere il libro, bellissimo sin dal primo capitolo, che presenta subito la scena dello sfarzoso funerale dell’anziana principessa Teresa Uzeda, perfetto nel calarci immediatamente nell’atmosfera barocca, esagerata, falsa, untuosa, morbosa, carica di ostentazione e di sotterranee rivalità di questa nobilissima e potente famiglia siciliana (di Catania, per la precisione), discendente di vari viceré di epoca spagnola, da cui il soprannome dato ai suoi membri.

La trama, che si dipana attraverso le vicende di trent’anni, dal 1855 al 1882, passando attraverso gli ultimi anni del regime borbonico, la spedizione dei Mille e l’Unità d’Italia e la presa di Roma, è quasi impossibile da riassumere. Al centro della scena stanno i sette figli della defunta, divisi da un testamento che ha messo l’uno contro l’altro soprattutto Giacomo, il primogenito, e Raimondo, il preferito della madre. E da questa prima causa scatenante non si contano le allenze, le trame, i mormorii, le rivalità che scoppiano tra questo e quell’altro membro della famiglia allargata, tra mariti, mogli, cognati, cugini, figli, suoceri, amanti, in un clima da guerra “tutti contro tutti”, di rissosità generale, di doppiezza, di violenza fisica e psicologica, di sopraffazione del forte sul debole.

In perfetto stile “parenti serpenti”, tutti i rapporti familiari nascondono doppi fini volti a favorire il proprio tornaconto personale, preludono a clamorosi voltafaccia in favore di quello o quell’altro a seconda della convenienza. Si respira un’aria malsana, malata, soffocante, sgradevole, pesante, e la scrittura asseconda questa impressione, adottando un generale tono sprezzante o ironico, non rifuggendo da particolari bassi, grotteschi, corporali, quando non palesemente disgustosi (l’aborto di Chiara) e macabri (la cripta), come se in essi meglio che altrove si rispecchiassero i veri caratteri dei personaggi.

I personaggi: qui sta tutta la forza di questo grande romanzo e il colpo da maestro di De Roberto. Mi è venuto da pensare, per contrasto, mentre leggevo (e magari qui qualsiasi critico letterario si metterà le mani nei capelli al paragone), a un altro grande romanzo che amo dell’Ottocento italiano, I promessi sposi, e all’affetto, o quanto meno l’umana compassione, con cui Manzoni guarda un po’ a tutte le sue creature (persino Don Rodrigo ha la sua occasione di redenzione quando, morente, viene perdonato da Renzo: forse solo individui irrimediabilmente malvagi come il Griso o il padre di Gertrude sfuggono a questa regola). Qui, invece, l’autore “odia”, o comunque disprezza, tutti i suoi personaggi, non ce n’è neanche uno che si salvi, ai suoi occhi.

Della vecchia principessa morta, Teresa, ci viene offerto un ritratto terrificante verso l’inizio: dispotica, spietata, inflessibile, implacabile, oppressiva, incapace di affetto verso tutti i suoi figli, trattati con una durezza incredibile, con l’unica eccezione del solo Raimondo, portato invece in palmo di mano.

E i sette figli? La maggiore, Angiolina, in religione suor Crocifissa, sepolta viva fin da bambina in monastero e praticamente dimenticata dal resto dei parenti, la rivediamo per pochissime righe verso la fine del romanzo, ormai adulta e mezzo rimbecillita, a ripetere come un automa le massime di supina obbedienza che le sono state inculcate fin dalla nascita. Il principe Giacomo, il primogenito maschio, il capo della casata, forse il vero protagonista dell’opera, avido, avaro, autoritario, superstizioso, non esita a ingannare in tutti i modi fratelli e zii per accaparrarsi quanto più possibile dei quattrini. Lodovico, anch’egli costretto dalla madre a entrare in religione, è ipocrita, falso, si è guadagnato un’aura di santità che stride invece violentemente con l’astio, il fiele, il rancore che prova verso tutti i parenti per l’ingiustizia subita, è ambizioso, calcolatore e opportunista, abile nel conquistarsi il favore di coloro che possono favorirlo nella sua ascesa, ma allo stesso tempo a non scontentare nessuno. Chiara è “monomaniaca” nel suo ossessivo desiderio di avere un figlio e instabile. Raimondo, l’unico favorito in tutto dalla madre, è proprio per questo egoista, prepotente, crudele, vanesio, donnaiolo, infantile, fatuo, viziato. Ferdinando è all’inizio semplicemente svagato e sulle nuvole, sembrerebbe, in confronto agli altri fratelli, quasi un buon diavolo, un po’ bizzarro, ma almeno disinteressato (e infatti proprio per questo gli altri lo trattano con aperto disprezzo), e invece col tempo diventa un misantropo mezzo matto e ipocondriaco. Lucrezia è capricciosa e cocciuta, sciocca, volubile, frivola e ingrata.

E gli altri parenti? I cognati della principessa Teresa, cioè gli zii di Giacomo e degli altri fratelli Uzeda, sono fra i personaggi umanamente più disprezzabili, quando non sono proprio macchiette, della famiglia: Gaspare è pavido e irresoluto, ma, a dispetto della sua palese incompetenza e incapacità, riesce a farsi eleggere deputato, e dalla sua posizione pensa in pratica solo ad arricchirsi a forza di maneggi, Blasco, anch’egli divenuto monaco per forza, è rabbioso, violento, aggressivo, rozzo, lussurioso, volgare, irascibile, sempre intento a criticare tutto e tutti e ad aizzare un membro della famiglia contro l’altro, Eugenio è pomposo, morto di fame, patetico e ridicolo, Ferdinanda, “la zitellona”, è severa, aspra, gretta, altezzosa, bigotta, divenuta ricca a forza di prestare soldi a usura. Consalvo, figlio di Giacomo, è la vera “anima nera” della famiglia, arrogante, scapestrato e selvaggio in gioventù, quindi, dopo la sua “discesa in campo”, furbo, opportunista, assetato di potere, falso e cinico (sarà lui il protagonista del seguito de I Viceré, L’imperio, lasciato però incompiuto da De Roberto). Sua sorella Teresa cresce, miracolo, buona, dolce e gentile, ma viene progressivamente anestetizzata, piegata e prosciugata di tutte le sue aspirazioni e dei suoi sogni dall’ambiente in cui vive, e finisce per diventare una specie di esaltata.

E i parenti acquisiti? Le donne sono in genere figure deboli e calpestate, come Matilde, prima moglie di Raimondo, vittima sacrificale delle crudeltà di tutti gli altri e incapace di reagire, o Margherita, prima moglie di Giacomo, cagnolina sottomessa al marito e sempre silenziosa, senza volontà propria, alla fine persino patologica nella sua estrema paura di qualsiasi contatto fisico, mentre Graziella, che sarà poi la seconda moglie di Giacomo, è pettegola, impicciona e intrigante, e insensibile ai desideri degli altri tanto quanto il principe. Benedetto, marito di Lucrezia, forse, assieme al padre di Matilde, una delle poche figure tutto sommato “positive” del romanzo, è però debole, ingenuo, e senza accorgersene lascia che tutti lo trattino da zerbino per poi scaricarlo senza pietà.

Visto? Un vero e proprio campionario di “mostri”, o “pazzi” scatenati, come si rinfacciano a più riprese l’un l’altro i membri della famigliola (e applausi per me che ho fatto sfoggio di un sacco di aggettivi diversi!). E l’unica ossessione per (quasi) tutti loro è questa: i soldi, i soldi, i soldi. Altro tema che spira sotterraneo è il forte anticlericalismo dell’autore, evidente nella viscida figura di Lodovico, più che dello zio Blasco (a tratti persino simpatico nel suo essere così improponibile, mentre Lodovico veramente viene descritto con una penna intinta nel veleno), e nei capitoli dedicati alla vita in monastero, covo della reazione, del pregiudizio di casta, dei partiti sempre in lotta fra loro, dei vizi più ostentati in barba alla Regola di s. Benedetto.

Da ultimo, De Roberto mostra una straordinaria lucidità nell’analizzare le tante contraddizioni della epopea risorgimentale e i mille problemi dello Stato unitario. La visione pessimistica dell’autore vuole che le linee di fondo della storia, pur negli sconvolgimenti di superficie, si ripetano sempre uguali a se stesse: il regno borbonico è caduto, l’Italia è una, il popolo è libero di votare, ma chi, alla fine, risulta il vincitore, il potente? Sempre loro, “i viceré”, gli Uzeda, con Consalvo appena eletto al Parlamento che, lucidamente, sa adattare alle mutate condizioni politiche e sociali i propri mezzi, sa fingersi quel che non è mantenendosi sempre, invece, perfettamente coerente con la sua natura nel suo intimo più profondo.

Che dire? CAPOLAVORO! L’ho preso in biblioteca e man mano che me ne innamoravo sempre più ho deciso di acquistarlo, mi sarebbe piaciuta quest’edizione (dalla collana “La Biblioteca di Repubblica”, così elegante, col cofanetto!), ma penso che invece la eviterò, è piena di errori di stampa!

Federico De Roberto, I Viceré, voto = 5/5

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