Il viaggio dell’elefante

La domanda che mi sento di rivolgere a chi meglio di me (questo era il primo libro di questo autore che leggevo) conosce l’opera del Premio Nobel José Saramago recentemente scomparso è: ma scriveva sempre così, ignorando quasi sistematicamente maiuscole e segni di interpunzione? E se sì, come hanno fatto a dargli il Nobel?

Ci sarà, molto probabilmente, una ragione “artistica”, simbolica, ideologica per il fatto che tutti i nomi propri di persona e di luogo fossero scritti con l’iniziale minuscola, ma a me è sfuggita ed è sembrato francamente un artificio stucchevole e infantile.

Inoltre, la mancanza di a capo, di virgolette, di punti di domanda, di “aria” sulla pagina fa assumere alla lettura, anche mentale, un ritmo cantilenante e monotono e induce alla sonnolenza, o alla precipitazione.

Detto questo, il romanzo prende spunto da un fatto realmente accaduto nel 1552, e cioè il dono di un esotico elefante indiano all’arciduca Massimiliano d’Asburgo da parte del cugino, Dom João III, re del Portogallo e dell’Algarve, e del lungo e faticoso viaggio dell’animale, Salomone (ribattezzato “Solimano”), del suo custode, o cornac, Subhro (ribattezzato “Fritz”), dei suoi augusti nuovi padroni, l’arciduca e l’arciduchessa, e di tutto il loro seguito di soldati, segretari, servitori, uomini di fatica, dalla penisola iberica a Vienna. Non è che succeda un granché, comunque, gli unici due episodi narrati più per esteso hanno come bersagli polemici e satirici membri del clero locale, presentati come ottusi e creduli (il curato portoghese che tenta di “esorcizzare” l’elefante) o avidi e imbroglioni (il prete di Padova che vuole sfruttare l’animale per inscenare un finto “miracolo”). Wow. Una cosa mai sentita.

Per il resto, le fatiche del viaggio, le soste, le tappe, i problemi organizzativi, e digressioni varie della voce narrante che non è affatto calata nel contesto della storia, ma sceglie anzi di estraniarsene e di sottolineare la sua distanza dalla vicenda raccontata spesso e volentieri, rivolgendosi direttamente a noi lettori, facendo battute e commenti sugli eventi dell’epoca o di molti secoli dopo, considerazioni generali più o meno intrise di ironia sulla vita e riflessioni sulla scrittura e sul valore delle parole.

Il succo della storia? L’imprevedibilità dei casi umani, o l’indifferenza dei potenti che spediscono un elefante e decine di uomini da un angolo all’altro dell’Europa in un viaggio estenuante solo per un loro capriccio? La particolarità di un fatto ritenuto insignificante dai libri di storia e che oggi è praticamente dimenticato ma che ha comunque sconvolto per sempre le vite di due esseri, Salomone e Subhro? Boh, forse? Chi lo sa? Non vale tanto neanche come ricostruzione storica, visto che l’autore non considera la fedeltà al vero nei dettagli, nei dialoghi, nelle descrizioni come fondamentale per lo scopo della sua opera, e perciò tutto rimane piuttosto vago, quando non si liquida tutto in due parole o non vengono inseriti a bella posta anacronismi.

Duecento paginette dimenticabili in fretta.

José Saramago, Il viaggio dell’elefante (trad. Rita Desti), voto = 2,5/5

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