Il libro di Ebenezer Le Page

Un altro libro che, per quanto mi ricordi, ha attirato la mia attenzione grazie alla bellissima copertina.

Ebenezer Le Page è nato a Guernsey, Isole Normanne, verso la fine del XIX secolo, e non ha mai lasciato la sua piccola isola, se si esclude una gita di un giorno nella vicina Jersey quando era ragazzino. Eppure adesso, alla soglia degli 80 anni, quella che narra in prima persona in questo libro è una vita tutt’altro che piatta e monotona, ma ricca di amicizie, grandi amori, tragedie personali e collettive come le due guerre mondiali, gioie, risate, incazzature.

Sfilano davanti ai nostri occhi, presentati con un tocco generalmente ironico e deliziosamente brusco da vecchietto bisbetico, ma che a tratti raggiunge, in modo quasi improvviso e inaspettato, alte vette di lirismo, la semplice vita dell’isola che fu, e soprattutto una folla di nomi e personaggi, la numerosa famiglia di Ebenezer Le Page, dal padre perduto molto presto alla madre dall’incrollabile e monolitica fede metodista, la dolce ma forte sorella Tabitha, le zie Prissy e Hetty, nemiche/amiche, rivali e confidenti per tutta la vita, i due cugini, Horace e, soprattutto, il sensibile e tormentato Raymond, e il migliore amico di Ebenezer, Jim, caduto nella prima guerra mondiale, il suo grande amore Liza, con cui per tutta la vita non ha fatto che prendersi e lasciarsi, la crudele Christine, moglie di Raymond, e via via una schiera di cugini, vicini, conoscenti, amici, nemici, ex fidanzate o fugaci flirt, i soldati tedeschi occupanti, i turisti inglesi in vacanza, i funzionari del governo, ciascuno con le proprie sofferenze, speranze, grandezze e meschinità, in una serie di ritratti vivissimi. E soprattutto emerge lui, Ebenezer, semplice, vivo, infaticabile, sanguigno, pragmatico, ostinato, orgoglioso, anche brusco, ma sempre aperto e attento verso gli altri esseri umani che lo circondano, sempre profondamente in armonia con la sua terra.

E, mentre nel suo racconto si tuffa nel suo passato, contemporaneamente, nel presente (anni ’60-’70 del XX secolo?), il bisbetico signor Le Page, che è ormai il più anziano abitante dell’isola, è impegnato in una difficile impresa: tutte le persone a lui più care sono ormai già morte, lui non si è mai sposato e, a quanto gli risulta, non ha figli: a chi deve lasciare in eredità il gruzzoletto che ha accumulato in tanti anni di lavoro?

La stessa vicenda umana dell’autore del libro, Gerald B. Edwards (1899-1976), è interessante. Anch’egli, come Ebenezer, è nato a Guernsey, ma non vi ha trascorso tutti i suoi anni. Il romanzo infatti è una lunga, bellissima dichiarazione d’amore alla sua isola e ai suoi abitanti, ed è l’opera di un’intera vita, che però Edwards non ha mai visto pubblicata perché dai vari editori contattati riceveva solo rifiuti (la prima edizione apparve postuma nel 1981). E tutti i manoscritti di altre opere sono stati da lui distrutti, perché di nessuno era pienamente soddisfatto, tanto che oggi questa figura è abbastanza misteriosa.

Fra i tanti temi trattati nel libro, senza presunzione di offrire chissà quale filosofia ma con grande e genuina sensibilità, me ne ha colpito particolarmente uno che, strisciante, riaffiorava più volte nel corso della storia, anche se sempre più accennato che esplicitamente dichiarato, soprattutto relativamente al personaggio di Raymond, e cioè la clandestinità e la finzione in cui erano costretti a vivere la propria vita gli omosessuali, come anche la paura, l’impossibilità di accettarsi e la totale incomprensione o l’ipocrisia di tanti conoscenti.

Forse troppo programmaticamente “perfetta” l’addirittura doppia agnizione finale, ma l’ultima pagina mette i brividi.

L’autore dunque immagina che quello che abbiamo letto sia stato scritto proprio dalla mano del vecchio Ebenezer, ormai, a questo punto, quasi pronto ad uscire di scena dopo aver trovato, finalmente, il suo degno erede. Ci aspetteremo allora un commiato, un addio, un’ultima carrellata sui tanti volti riportati in vita dalla memoria. Eppure:

Sono arrivato all’ultima pagina del mio terzo e ultimo quadernone. Ma chi ci crederà mai che li ho scritti io? Ne voglio scrivere un altro. La prossima volta che vado in città, compero un altro quaderno in cartoleria. Ci voglio scrivere tutti i pensieri buoni che non ho scritto qui. E adesso è proprio ora di andare a letto. Non devo dimenticarmi di caricare l’orologio; e abbasserò il lume, senza spegnerlo del tutto. Non mi piace il buio. Mi piace guardare i due cani di porcellana mentre mi addormento. Accidenti, se sono stanco! Questa notte dormirò proprio bene, ne sono sicuro. Allora, per adesso, è tutto. A presto.

“A presto”: e rimaniamo così, in sospeso, a domandarci se poi Ebenezer lo abbia avuto il tempo per scrivere un altro libro, che fine abbia fatto, e che altre storie racconti nel “Secondo libro di Ebenezer Le Page”.

G.B. Edwards, Il libro di Ebenezer Le Page (trad. Franca Pece), voto = 3,5/5
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