I cospiratori

Superfluo stare a ribadire l’importanza delle copertine: ad attirarmi verso il libro I cospiratori di Michael André Bernstein è stata proprio questa, splendida.

Una non meglio precisata provincia orientale dell’impero austro-ungarico, 1913. L’apparente torpore di questo Stato ormai agonizzante è scosso da mille tensioni sotterranee, dalla crisi economica al diffondersi delle idee socialiste e anarchiche, dallo strisciante antisemitismo al proliferare di enigmatiche figure di rabbini-santoni che si autoproclamano Messia del popolo ebraico. Il conte-governatore Wiladowski, stupendo personaggio (vedi più oltre), ha un’unica, assillante, preoccupazione: non vuole finire assassinato da qualche fanatico. Per evitarlo, ha al suo servizio una spia abilissima, l’ebreo Jakob Tausk, che ritiene che la peggiore minaccia alla vita del suo padrone sia il folle rabbino Brugger, da poco giunto in città, che predica il terrore fra i suoi adepti. Forse però sottovaluta il pericolo rappresentato da Hans Rotenburg, giovane figlio del più ricco uomo d’affari ebreo della città, Moritz, e dai suoi nobili amici, che hanno formato, non si sa quanto per noia o quanto per intima convinzione, una cellula clandestina del partito comunista e pianificano un attentato da attuarsi durante le celebrazioni pasquali della primavera del 1914…

Questa, in estrema sintesi, la trama, che però in effetti è complicatissima e si dipana con estrema lentezza: ciascun personaggio non rivela mai appieno le sue intenzioni, i suoi propositi e tutto ciò di cui è a conoscenza, le sue azioni hanno sempre intenti duplici o triplici, e alcune connessioni tra loro potrebbero a una lettura poco concentrata non essere neppure colte. Efficace quindi la descrizione degli intrighi e delle insidie della diplomazia e del gioco politico.

Si può quasi dire che, in questo romanzo, non esistano personaggi “secondari”: la psicologia di ciascuno di essi, a turno, è scandagliata con finezza e nelle pieghe più nascoste, in uno stile che preferisce di gran lunga il discorso indiretto ai dialoghi. Colpisce anche la struttura compositiva del libro: i capitoli sono lunghissimi, e lo sono anche gli stacchi che li suddividono quanto meno in diversi “paragrafi”, l’attenzione, lo sguardo dell’autore (e del lettore) si posa su un personaggio e poi, quasi insensibilmente, attraverso uno spostamento che all’inizio quasi non si avverte, “scivola” su un altro, che agisce in un altro luogo, in un altro ambiente, senza bruschi salti, come a significare che tutti gli eventi, le azioni, i pensieri degli attori in scena sono strettamente connessi gli uni agli altri, non è possibile scinderli e trattarli separatamente, neppure graficamente, ciò che fa o dice uno influenza invariabilmente le azioni di un altro e cambia, più o meno sensibilmente, tutto il corso degli eventi; di qualsiasi mutazione del contesto ci viene insomma spiegato l’impatto sui protagonisti quasi in simultanea. A me ha fatto venire in mente una carrellata di sapore quasi cinematografico, anche se non potrebbe esserci niente di meno trasponibile sullo schermo di questo libro, talmente tante dovrebbero essere le informazioni da trasmettere allo spettatore con mezzi diversi dai dialoghi, troppo difficile far capire esattamente tutte le macchinazioni e i retropensieri che non vengono mai esplicitamente dichiarati e che possono essere espressi solo dalla voce di un narratore onnisciente.

Trascinante, o meglio quasi “avvolgente”, “vischioso” (non so come dire) per la fluidità della narrazione di cui sopra (è materialmente difficile trovare un punto “comodo” in cui interrompere la lettura) e però, allo stesso tempo, tremendamente ostico, proprio per questo stesso motivo e poi per la complessità della trama e la lentezza del suo svolgimento (e però questa non si può definire, in effetti, un vero e proprio difetto del libro, anzi, rende più verosimili e comprensibili le azioni dei personaggi e contribuisce a delineare con grande esattezza l’atmosfera di attesa quasi estenuata che sembra caratterizzare questo particolare contesto storico), per gran parte delle sue pagine il libro va avanti a forza di interminabili analisi delle riflessioni e delle motivazioni dei personaggi per fare o non fare, dire o non dire, determinate cose in un lentissimo avvicinamento a queste benedette celebrazioni per la Pasqua.

Finalmente, comunque, verso pagina 400 comincia a succedere qualcosa, che si esaurisce rapidamente e si conclude in modo non del tutto soddisfacente (ma non sarebbe stato in tono col romanzo e con il messaggio che vuole dare un finale “col botto”).

Insomma, riconosco l’abilità dell’autore e ne ho ammirato la capacità di costruire gli intrighi, ma una gran fatica solo parzialmente ricompensata. A dare un voto tutto sommato discreto contribuiscono comunque un tono venato generalmente da un certo humor nero e un gustoso sarcasmo, e la caratterizzazione squisita del personaggio del conte Wiladowski, un nobile di antica schiatta ma profondamente disilluso sulle vuote formalità in cui si perpetua il governo che serve, di grande intelligenza e scaltrezza ma fondamentalmente di uno sconfinato egoismo ed egocentrismo e concentrato unicamente sui suoi bisogni e indifferente a quelli di chiunque altro, annoiato, critico, sprezzante, e ormai neppure più tanto preoccupato, con l’età che avanza, di dissimulare la sua intima estraneità all’ambiente che lo circonda e il fatto di mostrare continuamente nulla più che una maschera in pubblico, beffardamente contento se riesce a scandalizzare qualcuno del suo circolo con le sue azioni poco ortodosse (basti pensare alla sua decisione di scegliersi come primo collaboratore e confidente un ebreo), dotato di un umorismo nerissimo e spietato e tuttavia attaccato tenacemente a una vita che, in fin dei conti, ancora può riservargli qualche piacevolezza e che non ha nessuna intenzione di abbandonare anzitempo in modo violento, e per il resto per lui succeda quel che succeda. Insomma, un personaggio profondamente immorale, ritratto con grande acume e quasi con “affetto” e divertentissimo da seguire.

Michael André Bernstein, I cospiratori (trad. Marcella Dallatorre), voto = 3/5
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