Misery

Da adolescente ero una fanatica di Stephen King, lo credevo il miglior scrittore in assoluto: credo che sia abbastanza comune a quell’età. Mi pare che il primissimo romanzo letto fu Christine, la macchina infernale. Poi seguirono, ma non in quest’ordine, Le notti di Salem, La zona morta, Cujo, Pet Sematary, It, Le creature del buio, Cose preziose, Dolores Claiborne, Insomnia e Il miglio verde (nella primissima edizione, quella che usciva a puntate nelle edicole: una pena dover aspettare un intero mese per il volumetto successivo!); in aggiunta, lessi anche le raccolte di racconti A volte ritornano e Incubi & deliri, il racconto Un ragazzo sveglio tratto da Stagioni diverse e il romanzo breve I langolieri tratto da Quattro dopo mezzanotte, e alcuni dei romanzi scritti con lo pseudonimo di Richard Bachman, e cioè Ossessione, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga e I vendicatori. Insomma, potevo dire di conoscerne abbastanza bene l’opera, in effetti dei titoli più famosi e storici mi mancano solo Shining (ho visto solo il film) e Carrie (mi mancherebbe in realtà anche tutta la serie della Torre Nera, ma di quella non me ne può fregare di meno).

Beh, a un certo punto mi è passata, come mi è passata la monomania per il genere horror. Mi resi conto infatti che una gran parte dei romanzi di King presentava un po’ sempre gli stessi elementi: paesino americano abitato da comunità abbastanza ristretta e attraversata da frustrazioni e tensioni latenti varie, elemento estraneo che arriva a portare scompiglio, il buono, in genere accompagnato da un ragazzino, gente che gradualmente impazzisce, pandemonio finale. Va bene che sotto sotto il lettore spera che il suo scrittore preferito continui a scrivere sempre lo stesso romanzo (o il suo gruppo musicale preferito continui a pubblicare sempre lo stesso disco), ma alla fin fine ho mangiato la foglia, i miei gusti letterari si sono affinati, in definitiva ho smesso di punto in bianco di leggere King.

E però facevo un’eccezione: Misery, che per anni e anni è rimasto nella mia lista di libri da leggere, prima o poi. A distanza di anni e anni, è difficile ricordare perché quel romanzo, nonostante avessi ormai voltato le spalle all’autore, continuasse ad attirarmi, probabilmente perché sembrava, da quanto sapevo della trama, rompere lo schema consueto. Una mattina, in biblioteca, assieme a Veronica, ho visto la videocassetta di Misery non deve morire; questo però non bastava, perché avevo sentito dire che il libro fosse molto ma molto più spaventoso (ed è vero, anzi, i miei ricordi del film non sono nettissimi per via del tempo trascorso, ma mi pare proprio che sia niente più che una pallida copia del romanzo).

Per farla breve e arrivare finalmente al dunque, avevo preso la decisione di punto in bianco che il primo libro di luglio, mese che avrei dedicato alla narrativa straniera, sarebbe stato Misery. Detto in due parole: molto bello! L’ho finito in due notti e un giorno. Aver visto prima il film non rovina nulla della tensione, perché davvero la pellicola tradisce, sfuma, censura ed edulcora molti passaggi, ha una lunga introduzione mentre nel libro si entra subito in medias res, la conclusione è diversa e soprattutto è incredibilmente meno violento e cupo del romanzo.

Certo, ci sono comunque alcuni tratti della “maniera” di King: parlo del fastidioso vizio di personificare gli oggetti e dar loro la parola, di abusare di citazioni di canzoni o provenienti dalla cultura pop, di quell’accorgimento, anche grafico, tutto suo di accavallare la voce del narratore ai pensieri dei protagonisti (a capo, a volte tra parentesi, in corsivo), di usare metafore a tutti i costi bislacche e astruse e di tirarle in lunga all’inverosimile (qui, ad esempio, quella della corsa dei cavalli), ma il tutto si mantiene lontano dall’eccesso.

Ancora una volta c’è uno scrittore protagonista, come del resto avviene abbastanza spesso nei romanzi di King: qui Paul Sheldon, dietro al quale non è difficile scorgere lo stesso autore di Misery, dotato di talento ma sfortunatamente per lui famoso soprattutto per una serie di romanzetti rosa da quattro soldi, il cui successo ha finito per detestare a tal punto che ha deciso di ucciderne la protagonista. Ma, a seguito di un incidente d’auto, si ritrova gravemente ferito e bloccato in casa di Annie Wilkes, sua grandissima ammiratrice, che non vuole nemmeno prendere in considerazione l’idea che la sua eroina preferita (la Misery del titolo) possa morire. E poi la storia, agghiacciante, claustrofobica, spaventosa, più o meno la conosciamo tutti.

Passaggi di spassosa (auto)ironia, come quelli in cui si fa una sapida parodia dei romanzi per signore, con le loro trame improbabili e il linguaggio inutilmente ampolloso, si alternano ad altri decisamente angoscianti o acutamente interessanti sul rapporto scrittore/lettore. C’è da credere che King fosse abbastanza depresso (o fatto) nel 1987, quando scriveva il libro. C’è un punto abbastanza rivelatore:

Puoi, Paul?

Sì. È così che sopravvivo. È così che mi permetto di mantenere una casa a New York e una a Los Angeles e più quattroruote di quelle che si potrebbero trovare presso alcuni rivenditori di macchine usate. Perché io posso e non è certo qualcosa di cui debba chiedere scusa, dannazione! Là fuori saranno anche migliaia quelli che scrivono una prosa migliore della mia, che vantano una comprensione più profonda di come è fatta in realtà la gente e, presumibilmente, il significato dell’umanità… ma sì, che diamine, lo so anch’io! Però quando l’animatore chiede un giudizio su di loro, certe volte sono pochi quelli che alzano la mano. Invece tutti alzano la mano per me… o per Misery… e alla resa dei conti siamo la stessa cosa. Se posso? Sissignori. Potete starne certi. Sono un milione le cose in questo mondo che non so fare. Non ho mai saputo colpire d’effetto una palla, nemmeno quando giocavo al liceo. Non so riparare un rubinetto che perde. Non so andare sugli schettini o cavare da una chitarra un accordo in fa che non dia il mal di pancia. Due volte ho cercato di avviare una relazione coniugale e non ce l’ho fatta né la prima né la seconda. Ma se volete che io vi porti via, che vi spaventi o vi avvinca o vi faccia piangere o ridere, allora sì, posso. Posso farlo adesso e posso continuare a farlo fino a esaurirvi. Ne sono capace. POSSO.

Forse si poteva indagare di più sui motivi della follia di Annie? Perché così com’è, sì, d’accordo, è una pazza furiosa, ma non ci si chiede mai cosa le sia successo, pare quasi “predestinata” ad esserlo fin dall’infanzia, a giudicare dal racconto delle sue imprese omicide. Ma si tratta di un difetto minimo.

Veramente bello. Questo però non vuol dire che ricomincerò a leggere King, almeno non credo. In effetti, gli unici altri suoi romanzi cui potrei forse dare una possibilità sarebbero Shining (giusto perché è così celebre) e Il gioco di Gerald. Forse. Ma poi basta.

Stephen King, Misery (trad. Tullio Dobner), voto = 4/5

1 Commento

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Una risposta a “Misery

  1. Il gioco di Gerald è carino.Anche "Scheletri".

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