Che la festa cominci

È stato una mezza delusione questo ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, oppure no? Davvero mi aspettavo di più oppure, sotto sotto, sapevo in realtà già fin da subito cosa vi avrei trovato, quali sarebbero stati i punti di forza e, all’inverso, quelli meno riusciti? Difficile a dirsi!

L’acquisto è stato motivato da recensioni positive lette su Corriere della Sera e Corriere della Sera Magazine (per quanto l’irritante Antonio D’Orrico non si meriterebbe alcun credito) e da una trama accattivante. Si comincia. Scorrevole, graffiante e corrosivo nella prima parte (“Genesi”), ma in tutta franchezza senza entusiasmare: in fondo, romanzi/film/opere varie sulle brutture della società italiana di oggi, cafonal, vippettara e becera, anche in chiave apertamente grottesca e parossistica, non sono (più) una novità dirompente. Ciò nonostante, efficace la caratterizzazione dello sfigato perdente che riversa il suo odio e la sua frustrazione in un satanismo da burletta (le sette sataniche non sono più quelle di una volta! Divertentissima la telefonata tra il capo delle Belve di Abaddon e quello dei Figli dell’Apocalisse), anche se… Anche se, fin da subito, il pretesto che giustifica la presenza di questo gruppo di personaggi, la scalcagnata setta satanica guidata da Saverio Moneta, in arte Mantos, alla mega festa organizzata dal ricchissimo Sasà Chiatti, scenario della parte centrale del romanzo, appare un po’ tirato per i capelli. Ma va beh. Allo stesso modo, azzeccatissimo pure il ritratto dell’altro protagonista (vedere qui per una pungente descrizione), lo scrittore/intellettuale “di sinistra”, radical chic, donnaiolo, ipocrita, pieno di sé e venditore del nulla (la scena della presentazione del libro è da manuale), che spreca e tradisce il suo talento e che non è più in grado di esprimersi ai suoi livelli (tra parentesi, c’è una marea di romanzi con protagonisti scrittori in crisi creativa, vedi anche L’informazione di Martin Amis, anche se in quest’ultimo l’antieroe, Richard, è stato ormai dimenticato dopo un esordio di successo, qui Fabrizio Ciba vive ancora di rendita grazie al suo primo fortunato romanzo, è ancora un “personaggio” per la sua grande capacità di “vendersi”).

Dall’inizio della seconda parte (“La festa”), però, un fenomeno curioso: tutto il romanzo inizia a scivolare pericolosamente dal livello “niente male” al livello “boiata pazzesca”, sembra sempre lì lì per affondare oltre il punto di non ritorno, ma riesce sempre a tenersi a galla al di sopra del fatidico confine, a sfiorarlo soltanto ma a non precipitare del tutto, cosicché è abbastanza arduo emettere un giudizio.

Intanto, gravissima pecca non aver sviluppato affatto il personaggio di Sasà Chiatti, che ha davvero troppo poco spazio ed è solo abbozzato. Mentre poi l’autore si prende giustamente tutto il tempo necessario, nella prima parte, per costruire e delineare i caratteri e per montare l’attesa per questa festa cruciale, nella seconda parte tutto precipita troppo in fretta, dalla descrizione di una festa di successo a quella di un Jurassic Park impazzito avrei preferito che ci si mettesse qualche pagina in più. Sembra quasi che si abbia “paura” a scrivere romanzi troppo lunghi, come se gli autori non avessero fiducia nelle capacità dei lettori. Poi è una corsa al colpo di scena più grottesco e paradossale, dalle bestie feroci fino alle mostruose creature del sottosuolo, in un accumulo in cui finiscono per stemperarsi, nell’inverosimiglianza portata così all’eccesso, la critica sociale e la satira del costume.

Beh, in ogni caso, quando cominci a non poterne più, a essere abbastanza irritato con Ammaniti per aver montato su questo baraccone sconclusionato che sembra non andare da nessuna parte, o meglio andare, troppo velocemente, verso il prevedibile finale catastrofico, per fortuna arriva un epilogo giustamente, a questo punto, urticante e cattivo (qualsiasi altro sarebbe stato inaccettabile).

Bah, boh, diciamo 3 stellette su 5 e non pensiamoci più, così siamo contenti tutti.

Di Ammaniti prima d’ora avevo letto soltanto, tantissimo tempo fa, Io non ho paura, di cui tutti parlavano più che bene, ricordo solo che mi piacque, ma già il fatto che ne abbia così poca memoria mi fa ritenere che non mi abbia entusiasmato.

Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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