La sposa gentile

E dopo maggio, giugno, dedicato alla narrativa italiana.

Del romanzo La sposa gentile ho appreso grazie a una minirecensione comparsa sul Corriere della Sera. Il titolo è volutamente ambiguo: “gentile” come qualità umana, ma anche come sinonimo di “non ebrea”. Protagonisti di questo grazioso e delicato libretto, ambientato nei primissimi anni del Novecento, sono infatti Amos Segre, giovane e determinato banchiere piemontese dal promettente avvenire, nato in una famiglia ebrea benestante, e Teresa, bellissima contadina cristiana, un po’ “rustica”, di famiglia umile, ma con la quale per Amos è amore a prima vista. Naturalmente il fatto che il loro parente scelga come compagna una donna non ebrea è inaccettabile per la numerosa famiglia di lui, che si ritrova totalmente e dolorosamente escluso dalla comunità di appartenenza. Ma l’amore della sua donna è talmente grande che, “per farlo contento”, ella non ha alcuna esitazione a rinnegare la sua religione e a farsi ebrea: si tratterà però di una verniciata superficiale, un imparare a memoria pratiche e preghiere, perché “che Teresa non avesse più bisogno della sua religione era proprio vero. Gesù Cristo in persona e i suoi Santi preferiti erano scesi in terra riassunti in un’unica figura di grande saggezza e bellezza, un uomo che riusciva sempre a vincere e che per un miracolo aveva scelto proprio lei come compagna. Per quest’uomo avrebbe fatto qualsiasi cosa. Adesso era lui la sua religione”. E tanto è vero che quando, dopo anni di matrimonio felice benedetto da quattro figli, Amos muore, proprio alla vigilia della promulgazione delle leggi razziali, Teresa quasi “automaticamente” si considererà sciolta da qualsiasi obbligo verso l’ebraismo: “Si avvicinava la Pasqua ebraica … Il Séder di famiglia si sarebbe fatto lo stesso [si chiede Nerina, la figlia maggiore di Amos e Teresa]? … Teresa la guardò quasi sbalordita, come se pensasse che sua figlia fosse uscita di senno. ‘Il Séder! Ma papà non c’è più!'”. E subito, nella sua camera da letto, ricompare una statuetta della Madonna, prima “bandita”.

Mi è sembrato questo il fascino di questo romanzo: i personaggi sono carichi di ambivalenze. Teresa è adorabile nella sua vitalità “contadina” che finisce per conquistare la famiglia Segre, commovente nel suo slancio amoroso senza compromessi, ma ho apprezzato che l’autrice sia stata ben lungi dal raffigurarla come un’eroina romantica che lotta per avere il suo uomo: è una donna umile, poco istruita, e la sua volontà di uniformarsi totalmente alle aspettative del marito e di non considerare minimamente le proprie aspirazioni personali è quanto di più antifemminista ci sia, e lascia interdetti. Amos, poi, è a lungo incerto su come reagire alla volontà di conversione della moglie: deve sentirsi lusingato, o è infastidito perché ella sta cercando di penetrare a forza in un “territorio” non suo e che non la deve riguardare? La matrigna di Amos, Michela, è davvero acida e maligna, o si comporta così perché i figliastri non l’hanno mai accettata e si è trovata a vivere questa situazione di estranea in una famiglia che non la vuole così come ora succede a Teresa? E via così, ogni personaggio ha lati positivi e negativi, e l’autrice non risparmia di riportare i loro pensieri anche più meschini, egoisti, contraddittori.

La fine è amarissima, e il contrasto con quanto precede non potrebbe essere più stridente: il duro lavoro di Amos, che con il suo fiuto per gli affari e la sua forte personalità ha portato la famiglia a godere di una discreta prosperità, viene spazzato via in un attimo. Le ultime pagine del libro, con rapidissimi accenni, raccontano la tragedia che, crudele, rovina i suoi piani: è il 1938, i suoi figli sono costretti a lasciare il lavoro e l’Italia, la sua fortuna si sgretola. Sembra che l’autrice abbia voluto lasciarci il monito che non importa quanta determinazione si metta nel realizzare i propri piani, la fragilità delle nostre costruzioni è sempre grandissima.

Un solo difetto in questo libro: è troppo breve! Chissà, un autore anglosassone avrebbe fatto di questa storia una corposissima saga familiare, uno di quei romanzoni da 700 pagine. Qui Lia Levi ha “materiale umano” in abbondanza, tutti i personaggi della famiglia Segre, attraverso le generazioni, il patriarca, i fratelli e la sorella di Amos, le cognate, i bambini, che sono descritti con finezza psicologica ammirevole, così vivi, belli, che si avrebbe voglia di assistere con più calma al dipanarsi delle loro storie, quello che viene esposto in poche righe potrebbe occupare anche capitoli interi… Eppure sono 230 pagine che vanno via in un attimo. Un bel romanzo, la prova che possono esistere anche altri generi di narrativa oltre all’imperante e onnipresente thriller.

Lia Levi, La sposa gentile, voto = 3,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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