I fratelli Karamazov

La Russia la fa da padrona, o quasi, in questo mese di aprile dedicato alle letture “di un certo livello”: dopo Il Maestro e Margherita, infatti, ecco un libro che da tempo immemorabile (addirittura dall’epoca dell'”Elenco dei libri da leggere” n. 1!) era tra quelli in attesa, I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij.

A dire la verità, finito il romanzo di Bulgakov io ero intenzionata a iniziare Tess dei d’Urberville di Thomas Hardy, ma pareva che qualcun altro l’avesse preso in prestito dalla biblioteca prima di me… poi si è scoperto che stavo guardando nello scaffale sbagliato e che il libro era sempre stato al suo posto, il che non è il massimo per una che lavora in biblioteca!

Non che sia pentita di aver letto invece I fratelli Karamazov, comunque. L’esordio mi ha anzi alquanto spiazzata, ero convinta di immergermi nel proverbiale e fluviale “drammone” russo, e invece il Libro Primo, “Storia di una piccola famiglia”, è scritto in uno stile molto veloce, brillante, ironico: poi però sì che è arrivato il dramma.

Ho deciso, mentre la componevo, che questa sarà una recensione in tono molto leggero, perciò scusatemi se forse mancherò di “rispetto” a questo classico immortale. L’ingarbugliatissima storia della disastrata famiglia Karamazov, il padre Fëdor, spregevole e lascivo, e i fratelli Dmitrij (nato dal primo matrimonio dell’uomo), Ivan e Aleksej, è a tinte forti (amori, passioni, sangue, morte, Dio, castigo, tutti gli ingredienti che servono) e superbamente narrata, ma tanto tanto lentamente (avendo a disposizione le 1200 pagine circa della mia edizione in effetti sì, c’era la possibilità di prendersela comoda) e, soprattutto nella parte centrale del romanzo, all’autore è piaciuto mettere in bocca ai suoi personaggi interminabili concioni che apparentemente nulla avevano a che vedere con la trama, riflessioni sulla religione, vicende raccontate nei particolari più minuti (irritantissimo l’interrogatorio di Dmitrij!): un po’ esasperante.

Esagero, naturalmente, e qualcuno mi potrebbe dire, a ragione, che in questi capolavori, a differenza che nel Dan Brown di turno, non è tanto lo sviluppo della trama a restare impresso, ma proprio le pagine in cui l’autore cerca di trasmettere il suo messaggio e la sua visione del mondo, e che digressioni come quella del Grande Inquisitore sono fra le parti migliori del libro… Per una lettrice superficiale come me devo dire però che l’impresa di portarlo a termine è stata a tratti faticosa (in altri momenti invece non riuscivo a staccarmene).

A questo proposito, un episodio buffo: in casa avevamo I fratelli Karamazov in un’edizione del 1995 uscita in allegato, in più volumetti, con “Famiglia cristiana”, rilegata in verde (ne vedete il primo volume nella foto). Anzi, questa cosa mi faceva un po’ preoccupare, fortunatamente, come poi scoprii, a torto, perché lo stesso giornale, in un’altra collana, aveva fatto uscire Niente di nuovo sul fronte occidentale e io avevo dovuto leggere con orrore le avventure di *Paolo* Bäumer, *Alberto* Kropp e compagnia bella: se avessi trovato un *Ivano* o un *Alessio* Karamazov, sarebbe stata dura andare avanti turandosi il naso per 1200 pagine. Comunque, accanto a I fratelli Karamazov, nella libreria, c’erano i volumetti de I miserabili di V. Hugo, della stessa collana e dello stesso identico colore. Al momento di prenderli e portarli in camera, per sbaglio ne presi solo 3 su 4. Ora, mentre mi stavo avvicinando alla fine del terzo volume (si era a pagina 850 circa), era già avvenuto l’evento culminante della vicenda (per chi non lo sapesse, l’assassinio del padre Fëdor, di cui è accusato Dmitrij), dopo capitoli su capitoli di tormenti e riflessioni varie (mi perdonino i cultori del romanzo russo!), si stava arrivando, credevo, alla catarsi finale, visto che 800 pagine erano tutto sommato un numero rispettabile… quando, più o meno a una settantina di pagine dalla fine, attacca all’improvviso un episodio che c’entra poco o nulla col resto che precede, narrato con la solita impeccabile, bellissima, commovente ma snervante verbosità (per chi ha letto il romanzo, parlo del Libro Decimo, “I ragazzi”). Se avessi saputo che mancavano ancora circa 400 pagine alla fine non mi sarei preoccupata, ma, convinta com’ero che fossimo agli sgoccioli, mi stavo infuriando a morte con Dostoevskij, temendo che si fosse bevuto il cervello: “Argh! Sta finendo e noi qui perdiamo tempo al capezzale di Iliuša! Non è possibile! Chi ha ucciso Fëdor?? Viene condannato Dmitrij?? Si mettono finalmente insieme Ivan e Katerina Ivanovna???”. Cercavo disperatamente di ricordare se nella nota biografica iniziale era stato detto che il romanzo era rimasto incompiuto, ma non mi pareva proprio! Hai visto mai che questo decide di concludere il tutto con una mossa inaspettata, piantando in asso tutti i protagonisti e concentrandosi su figure minori, per chissà quale significato altamente simbolico? Giuro che arrivata alla fine del volume ero lì lì per scrivere la peggiore stroncatura della storia: siccome però l’anticlimax era davvero troppo assurdo e immotivato, ho controllato in salotto e ho fatto un respiro di sollievo quando ho visto il quarto volume dimenticato! Fine dell’aneddoto, insignificante di per sé, ma che mi ha molto divertito.

Non vorrei che il mio tono eccessivamente scanzonato abbia dato l’impressione che il romanzo non mi sia piaciuto (d’altra parte lo stesso aneddoto che ho appena raccontato dimostra quanto la lettura mi stesse appassionando): è un libro bellissimo, che forse io non ho saputo apprezzare a fondo. Tra i suoi tanti pregi, voglio citare la bravura straordinaria di Dostoevskij nel rendere il ritratto psicologico anche dei personaggi minori e secondari, che magari compariranno solo in poche pagine dell’opera, cui però viene dedicata la stessa attenzione e la stessa partecipazione ai loro pensieri e alle loro sofferenze dei protagonisti: anche con poche pennellate, di tutti ci viene fornito un ritratto psicologicamente accurato, verosimile e convincente (mi viene in mente soprattutto la figura del servo Grigorij).

Se sono vivi e veri i comprimari, figuriamoci i protagonisti: a parte il caso dell’insopportabile Dmitrij, che con la sua Grušenka formava la coppia principale ma ahimè la più fastidiosa e antipatica, tutti gli altri Karamazov sono dei giganti. Sottolineo che ho amato anche Aleksej, e lui era quello più a rischio visto che, in quanto “buono”, correva il pericolo di fare la figura dello scemo noioso, almeno con me, e invece tutt’altro: non sembrerà ma questa, credetemi, è un’affermazione “pesante” da parte mia!

Comunque, inutile dirlo, vince a mani basse il cinico, tormentatissimo, nichilista, dai modi gelidi ma appassionato, Ivan, la cui complicatissima relazione di odio-amore con Katerina Ivanovna, l’ex fidanzata di Dmitrij, mi ha tenuta sulle spine fino alla fine (stupenda questa frase che descrive in modo fulminante i loro sentimenti reciproci: “parevano due nemici innamorati l’uno dell’altra”).

Riuscita (e attualissima!) anche la sottile critica alla spettacolarizzazione della giustizia e dei processi, anche se i capitoli del dibattimento sono interminabili.

Uno dei brani che mi hanno colpito di più è questo (Aleksej parla con un bambino di circa 13 anni, Kolja Krasotkin, molto intelligente per la sua età; corsivi miei):

– […] Ditemi, Karamazov, sono molto ridicolo adesso?
– Non pensate una cosa simile, non pensatela assolutamente! – esclamò Alëša – E poi, che significa ridicolo? Si può forse dire quante volte un uomo è o pare ridicolo? Inoltre al giorno d’oggi, quasi tutte le persone di valore hanno una tremenda paura di essere ridicole, e perciò sono infelici. Mi stupisce soltanto che voi abbiate cominciato a sentirlo così presto, benché, d’altro lato, io abbia riscontrato questo fatto non soltanto in voi. Oggi persino i bambini, si può dire, hanno cominciato a soffrirne. È quasi una follia. […] Voi siete come tutti – concluse Alëša – ossia come moltissimi, ma non bisogna essere come gli altri, ecco tutto.
– Anche se tutti sono così?
– Sì, anche se tutti sono così. Voi solo non siatelo. […] Non siate dunque come gli altri, anche se voi solo doveste essere diverso, non siate come gli altri!

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov (trad. Giacinta De Dominicis Jorio), voto = 3,5/5

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