Il Maestro e Margherita

Continuando nella lettura dei classici, il secondo libro di aprile è stato Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov. Mi è stato regalato da Stefania, e ricordo che nel presentarmelo mi ha detto, con una delle sue espressioni volutamente paradossali, che a lei aveva “rovinato la vita”, nel senso, credo, che l’aveva sconvolta al punto da essere divenuto uno dei suoi preferiti.
L’ho iniziato quindi curiosa di scoprirne la potenza e il valore: confesso infatti che non ne sapevo nulla, l’avevo solo sentito nominare. Devo dire subito che non ha avuto su di me quest’effetto devastante, ma l’ho trovato lo stesso molto bello. Utilissima è stata, in questo caso, l’introduzione, che ha presentato i temi principali dell’opera e la vita dell’autore, che in essa si riflette spesso e volentieri e quindi è necessario conoscere: infatti, anche Bulgakov, come il Maestro eroe del romanzo in cui chiaramente egli si identifica, ebbe a soffrire il duro ostracismo dei critici letterari e del regime comunista, gli venne a lungo impedito di scrivere e di pubblicare, e forse nella sua disperazione avrà desiderato la “liberazione” e la “quiete” che il suo protagonista alla fine ottiene, però solo con la morte.

Il libro è diviso in due parti, e mentre la prima ha un tono generalmente più parodistico e picaresco, pur con punte di alta drammaticità o di grande lirismo, nella seconda, in cui prendono decisamente il centro della scena i due protagonisti, il Maestro e Margherita del titolo, l’aspetto simbolico e “mistico” è più accentuato. Tuttavia, uno dei pregi del romanzo, come accennavo, è che riso e dramma sono sempre strettamente intrecciati, a un paragrafo colmo di trovate divertenti o bizzarramente paradossali segue uno pieno di profonda commozione e di accenti tragici.
Per i miei gusti, comunque, ho trovato più apprezzabile la prima parte, in cui si narra prevalentemente la girandola di eventi, comici, allucinati, strani, convulsi, fantastici, irrazionali, che accompagna l’arrivo a Mosca di un misterioso personaggio, il mago Woland, che altri non è che Satana in persona, e del suo bizzarro e furfantesco seguito. Una delle cose che rendono la narrazione più gustosa è l’accostamento di particolari e scene fantastiche a un contesto e a gesti quotidiani, abituali, a un tentativo di inquadramento fondato sulla burocrazia e sugli sforzi dei personaggi di dominare il crescente caos scatenato dai nuovi arrivati con le categorie della logica e della razionalità. Gli eventi più strani e quelli normali vengono trattati ed esposti con lo stesso registro stilistico, si susseguono l’uno dopo l’altro, fino a rendere i primi tutto sommato accettabili o naturali, Woland e i suoi amici sembrano accettare la logica degli uomini ma poi la stravolgono in modi inaspettati o la usano per i loro scopi. In questo realismo “basso” e straniante e in questo ritmo incalzante e forsennato, l’opera mi ha ricordato per certi versi la letteratura comica e popolare medievale, tuttavia non so se questo accostamento che mi è venuto alla mente sia giustificato, né se sia riuscita a far capire cosa intendo.
Si tratta però di una comicità comunque sinistra, inquietante, sull’orlo dell’abisso: non so cosa abbia di preciso sconvolto Stefania, glielo chiederò, ma per me è stata questa la nota capace, pur nel piacere della lettura, di mettermi più a disagio. Leggere delle minute, pedantesche, innumerevoli procedure burocratiche, del proliferare di organismi e apparati nel settore degli spettacoli dello Stato sovietico degli anni Trenta nella versione caricaturale che ne dà Bulgakov diverte, ma allo stesso tempo dà l’idea di una gigantesca, onnipresente, asfissiante macchina statale tesa a regolare e controllare ogni singolo spazio dell’esperienza umana, dagli spettacoli da rappresentare, alla casa da abitare, alla vacanza da fare. E così pure le frequentissime menzioni di casi di delazione, di arresti o di minacce di arresto, di corruzione, che danno origine, si badi, a situazioni, a equivoci, a scambi di battute di natura comica, sono fatte in tono (fintamente) leggero, come se appunto fossero argomenti talmente quotidiani e familiari al pubblico dei lettori da poter essere trattati così francamente dall’autore; ma è una comicità amarissima, terribile, e accanto al sorriso suscita anche un brivido freddo e una sensazione un po’ destabilizzante. Non a caso Bulgakov scrisse Il Maestro e Margherita negli anni Trenta ma l’opera fu pubblicata in URSS (in versione censurata) solo nel 1966.

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita (trad. Vera Dridso), voto = 3,5/5
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1 Commento

Archiviato in Classici, Libri, Narrativa, Narrativa russa

Una risposta a “Il Maestro e Margherita

  1. Ho letto solo la prima parte di questo tuo post, perchè Il Maestro e Margherita si trova giusto ora sul mio comodino..Tornerò a libro finito! 😉

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