Il lamento del prepuzio

In questo, che non è un romanzo ma si può definire un libro di memorie, Shalom Auslander affronta il tema del suo a dir poco conflittuale rapporto con Dio. Essendo cresciuto in una famiglia ebrea ultra ortodossa, avendo frequentato fin dall’infanzia scuole ultra ortodosse, essendogli state inculcati centinaia e centinaia di prescrizioni, divieti, comandamenti da non violare in nessun caso a meno che non si voglia incorrere in terribili punizioni, ne ha ricavato un ostinato rifiuto delle sue radici e di qualsiasi forma di religione, e tuttavia non riesce ancora, a 35 anni, ormai sposato e in attesa del primo figlio, a liberarsi della presenza ingombrante di Dio.

Non è ateo, anzi: “Io credo in Dio. È proprio questo il mio problema”. Il suo Dio, infatti, è un tipo costantemente incazzato con noi, vendicativo,  sadicamente intento a studiare piani sempre più crudeli e beffardi per rovinarci ogni piccolo momento di felicità che riusciamo a ricavarci, a far fallire i nostri piccoli progetti non appena anche solo per un attimo abbassiamo la guardia verso di Lui.

Basta leggere il fulminante e divertentissimo incipit del libro per farsene un’idea:

Quando ero bambino, genitori e insegnanti mi parlavano di un uomo che era molto potente. Mi dicevano che poteva distruggere il mondo intero. Mi dicevano che poteva sollevare le montagne. Mi dicevano che poteva dividere il mare. Era importante mantenerlo di buonumore. Quando obbedivamo a quanto ci aveva comandato, gli piacevamo. Gli piacevamo talmente tanto che uccideva quelli a cui non piacevamo. Ma quando non obbedivamo a quanto ci aveva comandato, non gli piacevamo. Ci odiava. Certi giorni ci odiava talmente tanto che ci uccideva. A volte invece lasciava che gli altri ci uccidessero. Questi giorni noi li chiamavamo «giorni di festa».

Il libro prosegue narrando le esperienze scolastiche di Shalom, la triste e oppressiva atmosfera che si respira nella sua famiglia, i suoi comici “patteggiamenti” con Dio, le prime ribellioni e trasgressioni: è questa la parte migliore dell’opera, tutta giocata sul filo dell’ironia e del grottesco. I temi trattati sono a volte oggettivamente problematici, basti pensare ai rapporti familiari degli Auslander, alla convivenza con un padre purtroppo spesso violento, eppure l’autore riesce ad affrontarli e a mettersi a nudo con un’ammirevole leggerezza. Fanno da contrappunto altri capitoletti ambientati al giorno d’oggi, in cui Shalom adulto deve combattere la sua paura, anzi, la sua profonda convinzione, che Dio sta aspettando solo un suo minimo passo falso, che la sua felicità familiare è solo apparente, perché Egli ha intenzione di vendicarsi di lui in modo atroce, gliela farà pagare amaramente uccidendogli il nascituro, o la moglie, o entrambi, come ripete continuamente alla consorte, agli amici, allo psicanalista.

La seconda parte del libro è meno interessante: durante gli anni dell’adolescenza matura sempre più il distacco di Shalom dal suo ambiente, dalla fede religiosa dei suoi avi, forse la scrittura perde qualcosa in candore e le situazioni diventano più ripetitive.

In tutto ciò, comunque, colpisce questo lavoro di scavo psicologico che Auslander ha voluto fare su se stesso, questa autoanalisi in pubblico, e il fatto che, pur insultandolo, mandandolo a quel paese, sfidandolo e detestandolo cordialmente quotidianamente, il suo rapporto con Dio e la sua ricerca spirituale siano molto più sinceri e sentiti di molti altri credenti, di qualsiasi altra religione.

Lettura divertente, per lo più: in ogni caso, merita un voto discreto anche solo per i geniali Ringraziamenti finali dell’autore, capolavoro di originalità!

Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio (trad. Elettra Caporello), voto = 3/5
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