La morte non sa leggere

Libro molto feroce e angoscioso, capace di metterti fortemente a disagio, ma anche appassionante e perfettamente costruito, in cui davvero, come in ogni thriller che si rispetti, tutti i pezzi del puzzle vanno nel posto giusto e non ci sono buchi nella trama.
Siamo nella campagna inglese degli anni Settanta-Ottanta. Fin dalle prime righe ci viene svelato che la protagonista, Eunice Parchman, nuova domestica nella casa dei Coverdale, sterminerà senza pietà tutta la famiglia perché i suoi padroni avevano scoperto il segreto che per tutta la vita aveva tentato di celare, e cioè che non sa né leggere né scrivere. Saperlo subito, se da una parte, come è logico, toglie un po’ di tensione (ma d’altra parte questo è un classico del giallo, era difficile non sapere nulla a priori della trama), dall’altra però aumenta il senso di angoscia e ineluttabilità, anche perché l’autrice è abile nel segnalare tutti i punti di possibile “svolta” negli eventi, inserendo spesso commenti come “se i Coverdale a questo punto avessero fatto questo… se non avessero fatto questo… sarebbero ancora vivi”, che aumentano a dismisura l’ansia del lettore e l’identificazione coi personaggi.
Ciò che comunque è più disturbante è la capacità di scavo psicologico della Rendell: a parte la figura della protagonista, una donna ignorante, scialba, meschina, cattiva, priva di qualsiasi slancio o aspirazione, egoista e indifferente al mondo esterno e agli altri poco meno che una pietra (cui alla fine viene esplicitamente paragonata: A Judgement in Stone è il titolo originale del romanzo) perché incapace di comunicare con la parola scritta, di cui ci viene narrata l’infanzia e la vita gretta e costellata di miserie e ricatti, nessuno dei personaggi esce totalmente indenne da questa spietata messa a nudo, dalla complice di Eunice, Joan Smith, falsa, maldicente, superba, esaltata, fanatica religiosa e, finalmente, completamente pazza, a suo marito Norman, debole e succube della sua terribile consorte, e neppure i Coverdale, alla fin fine, colti e sofisticati ma paradossalmente neanche loro in grado di comunicare fra loro, e sostanzialmente snob e bonariamente paternalistici con la loro domestica.
Così come in La morte cammina per Eastrepps (che pure era nettamente inferiore a questo), mi è piaciuta anche la lunga e insistita indagine finale, che per il lettore è (apparentemente) inutile perché ha assistito al massacro, sa fin dalla prima pagina chi è il colpevole, eppure non è fuori luogo, intanto perché aumenta il realismo della vicenda, con il racconto delle false piste seguite dai poliziotti, perché anche qui ci viene mostrato in che modo Eunice avrebbe potuto anche, se avesse compiuto una serie di scelte, farla franca, ma così come la sua ignoranza l’aveva spinta al delitto, la sua ignoranza è anche ciò che la farà finalmente scoprire.

Ruth Rendell, La morte non sa leggere (trad. Rosalba Buccianti), voto = 4/5

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