La scrittura dell’italiano

È la prima volta che mi ritrovo a “recensire” il libro di un autore che conosco personalmente! L’ho scoperto da una nota in La giustizia del papa di Irene Fosi, ero tentata di comprarlo subito perché mi fidavo abbastanza di ABL, poi però, visto che la casa editrice il Mulino è fra le più esose in assoluto, vedendo che era anche disponibile in biblioteca ho preferito prenderlo in prestito.

È analizzato qui il rapporto fra gli italiani e la scrittura nella loro lingua, con un’attenzione particolare ai non professionisti della scrittura, a chi scriveva perché costretto, senza saperlo fare granché bene, a chi conosciamo per un frammento di scrittura conservato in archivio, frammento che sarà stato magari l’unico in tutta la sua vita. Conoscendo ABL, si sarà divertito tantissimo a scrivere questo saggio (ma, anche non conoscendolo, lo si intuirebbe), e veramente leggerlo è un po’ come fare una chiacchierata con lui, tanto il tono è colloquiale, arguto, spiritoso, rigorosamente scientifico ma mai “professorale” (attenzione, in un autore, soprattutto in un saggio, un’eccessiva confidenza col lettore e uno sforzo di apparire a tutti i costi “simpatici” sono cose che in genere mi infastidiscono, ma qui no, perché appunto vi riconosco il carattere autentico della persona). Nell’introduzione, ABL ammette candidamente che, forse, traspare dalle sue pagine una visione inevitabilmente un po’ di parte a favore del Medioevo, per motivi di interesse personale e scientifico, e infatti la sua periodizzazione (il volume parte dalle prime testimonianze scritte in volgare dell’alto Medioevo e arriva alle lettere dei soldati italiani impegnati nella Grande Guerra) è nettamente divisa in una prima fase, fino al XVI secolo, in cui la scrittura in volgare era libera, spontanea, svincolata da norme rigide che non esistevano, senza “complessi” nei confronti di una tradizione non ancora formata, creativa e, soprattutto, relativamente diffusa fra ampie fette della popolazione, anche fra i più umili e comunque molto più di quanto la stereotipata immagine dei “secoli bui” potrebbe far credere (questa è una particolarità tutta italiana, nel resto d’Europa l’alfabetismo era molto più limitato), e una seconda fase, inaugurata dalla “normalizzazione” e regolarizzazione della grammatica italiana operata da umanisti come ad esempio il Bembo (processo in sé sicuramente positivo), che ebbe come conseguenza la limitazione degli apporti originali dei singoli scriventi, o meglio, essi furono additati, da quel momento in avanti, come “errori”, forme non più accettabili, mentre ormai la scrittura dell’italiano “corretto” diventava prerogativa dei ceti più colti e dei professionisti come i segretari.
Il popolo, inoltre, anche per impulso del processo controriformistico e della lotta alle idee della Riforma, venne ad essere attentamente controllato e limitato, soprattutto dall’autorità ecclesiastica, tramite l’attività dell’Inquisizione e la promulgazione dell’Indice dei libri proibiti, nei suoi modi di accesso alla scrittura e alla lettura (ABL cita anche lui, a p. 96, un passaggio da me letto per la prima volta non ricordo più dove — forse in La Bibbia al rogo di Gigliola Fragnito — e che ancora oggi mi fa venire ogni volta le lacrime agli occhi: “Nel 1574 Domenico Massatut ciabattino di Spilimbergo, colpevolizzato da un frate per avere in casa un Decameron, un Orlando furioso e un Nuovo testamento, subito stracciati, dichiara: «zurai non legger mai più»”; non è che nei Paesi riformati andasse molto meglio, comunque). La stessa stampa, invenzione senz’altro meravigliosa, se aumentò in modo esponenziale la produzione di scritti, creò anche una netta distinzione fra la produzione libraria di qualità e quella per il popolo, scadente, povera, standardizzata nei contenuti.
Nel libro si trovano anche, ovviamente, riproduzioni di vari documenti, note paleografiche e anche, all’inizio, un’interessante (anche se a tratti un po’ pesante) analisi dell’uso dell’alfabeto latino adattato al volgare, e dell’enorme portata del salto culturale fatto quando si iniziò ad utilizzarlo, difficile oggi da comprendere a pieno.
Bellissimo, come al solito, ascoltare le voci disparate provenienti dal passato, scovate nei tanti archivi frequentati da ABL.

Attilio Bartoli Langeli, La scrittura dell’italiano, voto = 3,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

P.S. Guardando la bibliografia di cui si è servito l’autore, notavo vari volumi da me letti in passato ma di cui, spesso, ricordo ben poco. In effetti questa è una sensazione sgradevole che ho da un po’ e che riguarda più che altro i libri di saggistica (con la narrativa è meno evidente), e cioè che quando leggo sia presa dalla “smania del collezionista” più che da un interesse attento, divoro libri su libri ma poi mi rimangono veramente? Anche quelli che compro, è rarissimo che poi li rilegga e li studi con calma, perché subito son presa dall’ansia di finire e aggiungere un’altra “tacca” alla collezione… Insomma non vorrei che tutta questa cultura storica si rivelasse alla fine un’infarinatura molto superficiale: per evitare ciò possono essere utili anche queste note che da quando ho aperto il blog mi sono impegnata a scrivere per ogni libro che leggo.

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Archiviato in Libri, Saggistica

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