I diavoli di Loudun

Quest’anno la mia lettura “sotto l’ombrellone” è stato questo mattone cupissimo e complesso, le cui pagine più tremende ho letto stesa sotto il sole sulla spiaggia della Barceloneta, tanto che non poteva esserci contrasto più stridente.
Ancora una volta a farmi conoscere il libro è stata una recensione sul Corriere della Sera, questa. Quello che la casa editrice spaccia per “romanzo” è in realtà un saggio, condito da personalissime riflessioni dell’autore e numerose digressioni, su un fatto realmente accaduto a Loudun, in Francia, nel 1634. Protagonista della vicenda è il prete Urbain Grandier, personaggio “scomodo” perché arrogante, colto, grande libertino e dongiovanni, e bravissimo nel crearsi nemici, fra cui, sfortunatamente per lui, colui che poi diverrà il cardinale Richelieu. Sebbene Grandier sarà poi vittima di un clamoroso “omicidio giudiziario”, come lo definisce Huxley, l’autore non si ostina a rendercelo “simpatico”, ma ne presenta tutte le caratteristiche più sgradevoli e le scelte più imprudenti senza indulgenza.
La fama un po’ sconveniente di quest’uomo giunge alle orecchie della priora del locale convento delle Orsoline, suor Jeanne, una donna frustrata e inappagata e cui, ovviamente, la scelta di vita del chiostro è stata imposta. Il rifiuto di Grandier a diventare confessore delle suore scatena in lei un meccanismo allucinante, per cui il pensiero di quest’uomo diviene per lei una vera e propria ossessione, che contagia anche le altre suore, e che sfocia poi nella “possessione diabolica”, di cui sarebbe colpevole proprio Grandier, che con le sue arti da negromante ha stretto un patto con i diavoli che ora tormentano le religiose.
In realtà, tutta la storia e l’enorme baraccone che vi viene costruito attorno, con frotte di turisti e curiosi che accorrono ad assistere agli esorcismi delle suore, è costruita abilmente dai nemici di Grandier, pronti immediatamente a sfruttare l’occasione per rovinarlo, dal cardinale Richelieu, che può così sbarazzarsi di un oppositore della sua politica, da chi ha qualche interesse contro qualcuno, perché parlando attraverso la bocca delle suore i diavoli fanno denuncie su denuncie. Anche prima di essere arrestato, Grandier è già condannato. E la stessa suor Jeanne che, con ogni probabilità, si è inventata tutto finisce per rimanere vittima della sua smania di divenire celebre, se non come santa almeno come “regina delle indemoniate” (una specie di aspirante velina dei nostri tempi, ah ah!).
Ai torturatori di Grandier serve assolutamente una confessione che legittimi il loro operato di fronte ai tanti che sono scettici sulla verità della possessione e critici nei confronti di un processo che si è svolto senza rispettare alcuna delle norme del diritto. Grandier però, sottoposto a tormenti crudelissimi, dà prova di un coraggio e di una dignità grandiosi, e si rifiuta fino all’ultimo di confessare colpe che non ha mai commesso. Muore sul rogo il 18 agosto 1634.
“Stranamente”, la possessione delle suore non ha termine con la morte dello “stregone”: il libro passa così ad analizzare il complesso rapporto fra suor Jeanne e il suo nuovo esorcista, il gesuita Jean-Joseph Surin, uomo di grande fede, santità e cultura, ma dalla personalità straordinariamente tormentata e che mai dubita della veridicità dei racconti della suora (tanto che Huxley, che pure, a differenza di quanto fa con suor Jeanne che forse compatisce ma che non giustifica mai, lo tratta con grande rispetto e ne dà una statura tragica, ne stigmatizza la credulità e conclude che un uomo intelligente come lui non aveva “il diritto” di essere così stupido). Surin finisce per diventare vittima anche lui delle ossessioni, e sarà solo dopo anni e anni di sofferenze atroci che ritroverà la serenità.

È complicatissimo però tentare di sintetizzare questo libro, pieno com’è di digressioni erudite, di opinioni personali di Huxley, di considerazioni generali, di analisi psicologiche dei suoi tre maggiori protagonisti, Grandier, suor Jeanne e Surin. La presenza strabordante dell’autore (e la quasi totale mancanza di qualsiasi riferimento preciso e puntuale alle fonti) è quello che distingue il libro da un vero e proprio saggio storico, e però ne fa una lettura non banale e inusuale.
La tentazione, leggendolo, è quella di pensare “quanto erano barbari e fanatici i nostri antenati del ‘600, quanto siamo evoluti noi al confronto”. Ma Huxley ci toglie subito questa autoillusione: il fanatismo, l’isteria collettiva, la fede cieca e assoluta a un ideale e la conseguente “necessità” di annientare tutti coloro che non vi aderiscono e che sono pertanto dei “nemici” non sono affatto scomparsi, forse noi abbiamo sostituito la religione con qualcos’altro, ma, se possibile, siamo capaci di comportamenti ancora più disumani dei nostri antenati.

Uno dei passi più affascinanti del libro per me è stato questo (pp. 313-314):

Il fascino della storia e la sua enigmatica lezione consistono nel fatto che da un’epoca all’altra nulla cambia eppure è tutto completamente diverso. Nei personaggi di un altro tempo e di un’altra cultura noi riconosciamo fin troppo bene la nostra umanità, eppure ci rendiamo conto che da allora il quadro di riferimento della nostra esistenza si è trasformato in modo del tutto irriconoscibile; che certe proposizioni che allora sembravano assiomatiche, oggi sono insostenibili, e che quelli che noi consideriamo postulati assolutamente ovvi, in passato non avrebbero trovato accoglienza nemmeno nelle più audaci menti speculative. Ma per quanto grandi, per quanto importanti nel pensiero e nella tecnologia, nell’organizzazione sociale e nel comportamento, le differenze tra ieri e oggi sono sempre periferiche. Al centro rimane una fondamentale identità. In quanto esistono come congiunzione di mente e corpo, e sono soggetti al decadimento fisico e alla morte, capaci di dolore e di piacere, guidati dal desiderio e dalla ripugnanza, e oscillanti fra l’anelito di autoaffermazione e l’anelito alla trascendenza di sé, gli esseri umani affrontano in ogni tempo e luogo gli stessi problemi, si misurano con le stesse tentazioni, ed è nell’Ordine delle Cose che si trovino dinanzi alla stessa scelta fra la non-rigenerazione e l’illuminazione. Il contesto cambia, ma la sostanza e il significato sono immutabili.

Questo dà anche un saggio della scrittura di Huxley, che finora conoscevo solo come autore de Il mondo nuovo, nella mia lista di libri da leggere da tempo: come si vede, un po’, come dire?, ostica, non proprio “da spiaggia”, tanto che verso pagina 150, quando il libro sembrava ripetersi, mi stavo anche stancando. Alla fine l’ho concluso ed è stata una lettura interessante, ma ora mi ci vuole qualcosa di più leggero.

Aldous Huxley, I diavoli di Loudun (trad. Matteo Ubezio), voto = 4/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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3 commenti

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

3 risposte a “I diavoli di Loudun

  1. Ottima presentazione di un libro che ho apprezzato molto. Citazione che mi ero segnata: “L’egotista ignorante vuole soltanto ciò che vuole. Dategli un’educazione religiosa, e per lui diventa ovvio, diventa assiomatico, che ciò che egli vuole è ciò che Dio vuole”.

  2. utente anonimo

    L’ho letto alcuni mesi fa, e mi è piaciuto, pur trovando un po’ pesanti alcune digressioni filosofico-esistenzial-pedagogiche di H. Un caso di storia ”curioso” con dinamiche però abbstanza contemporanee.
    Consiglio/domanda di fine estate: hai mai letto nulla di Paolo Rumiz ?
    Franz J.

  3. Ciao: no, non lo conosco. Ho dato un’occhiata ai titoli su IBS e “La secessione leggera” sembra interessante.

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