Angelica

Arthur Phillips si è guadagnato la mia stima grazie a L’archeologo, uno dei romanzi più belli, complessi e dal finale più sorprendente che abbia mai letto. Anche in questo Angelica, di cui appresi ancora una volta grazie a una recensione sul Corriere, l’autore si diverte a non farci capire mai dove stia la verità in quello che narra, e dove invece la menzogna o l’auto-illusione.
La vicenda prende spunto da un evento a prima vista banale: siamo a Londra, in epoca vittoriana, a casa di Joseph e Constance Barton, che hanno una figlia, Angelica, di quattro anni. Sia la madre sia la figlia, al momento della nascita, hanno rischiato seriamente di morire (e la moglie aveva già avuto due gravidanze non portate a termine): questa e altre ragioni hanno consigliato che, fino ad ora, la bambina dormisse in un lettino nella stanza dei genitori. Ora però che Angelica è fuori pericolo, il padre pretende che vada a dormire nella sua stanzetta, anche per recuperare un po’ di intimità con la moglie. Constance, fragile e tormentata, è spaventatissima all’idea, poiché i medici le hanno detto che se rimarrà di nuovo incinta metterà davvero a repentaglio la sua salute: quell’astinenza forzata e prolungata, e l’attaccamento esclusivo che la moglie prova per la figlia, stanno mettendo a dura prova la pazienza di Joseph. Da quando la bambina dorme lontano da loro, Constance inizia ad avvertire una presenza soprannaturale che la minaccia, che stranamente si fa avvertire sempre quando il marito cerca di entrare in intimità con lei…

La vicenda è raccontata prima dalla prospettiva di Constance, poi da quella di Anne, la sensitiva ciarlatana cui lei si rivolge, poi da quella di Joseph, e infine Angelica da adulta riflette sugli eventi (tragici) della sua infanzia. In 400 pagine sembra non succedere nulla di eclatante, ma proprio per questo cresce nella casa un’atmosfera claustrofica, morbosa, inquietante e infelice: e così, Constance si convince che la bambina sia minacciata dai fantasmi causati dai desideri del marito e che la colpevole sia anche lei stessa che non riesce a resistergli, la sensitiva si convince che la donna abbia “creato” da sé i fantasmi per mascherare il vero pericolo da cui vuole proteggere la figlia, che è troppo orribile da affrontare apertamente, e cioè che il padre abusi di lei, il marito a sua volta si convince che la moglie stia impazzendo e che sia ormai un pericolo per la bambina…
Angelica, da adulta, non sarà in grado di dire chi diceva “la verità” o chi “aveva ragione”: se i fantasmi ci fossero, se suo padre fosse un bruto o se sua madre fosse pazza, e questo in ironico contrasto con il coevo trionfo del positivismo e della conoscenza scientifica e certa che si celebrava in quegli anni.
Quello che è immensamente triste ed emozionante è assistere pagina dopo pagina al naufragare del matrimonio dei Barton, in contrasto con i bei momenti in cui si erano conosciuti e innamorati che vengono rievocati in alcuni flashback, a causa dell’incapacità, o forse dell’impossibilità, vista l’epoca (nel romanzo emergono bene la sessuofobia, la repressione degli istinti, la mentalità maschilista per cui tutte le donne sono per natura “folli” e instabili e necessarie di correzione da parte dei loro mariti dell’epoca vittoriana), di comunicare fra marito e moglie.

Arthur Phillips, Angelica (trad. Annalisa Garavaglia), voto = 4/5
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