Big Fish

Big Fish, di Daniel Wallace, ha ispirato l’omonimo film di Tim Burton, che vidi una sera a casa di Laura assieme a lei, Deborah e forse Aurora. Mi piacque molto, e decisi di comprare il libro, che però è rimasto parecchio tempo sullo scaffale, tanto che ora, quando finalmente ho iniziato a leggerlo, il ricordo del film non era più molto nitido. Tuttavia, l’impressione è che la trasposizione cinematografica mi avesse colpita di più, insomma, il libro non mi ha sconvolta più di tanto, pur essendo carino, originale, poetico.
La voce narrante è quella di William Bloom, figlio di Edward, vero protagonista del libro e ormai prossimo alla fine dei suoi giorni. William si rende conto, ora che sta per dirgli addio, che non conosce veramente suo padre: Edward, spesso lontano da casa, ha sempre raccontato mille storie, una più bizzarra dell’altra, sulle sue mirabolanti avventure, ma delle questioni “importanti” con il figlio non ha mai voluto parlare (ricordo che questo aspetto, il contrasto di caratteri, nel film emergeva ancora meglio che nel libro).
Nei capitoli del romanzo si alternano quindi le scene del presente e il peggiorare della malattia di Edward ai racconti fantastici sulla sua infanzia, giovinezza e vita adulta.
Uno dei passaggi più belli del libro è questo (William sta parlando di quando è nato lui ed Edward è diventato padre):

“Durante le prime settimane prese molto seriamente il lavoro di padre. Lo notavano tutti: Edward era cambiato. Era più premuroso, più serio, più filosofo. Mia madre si occupava delle cose di tutti i giorni e lui mise in chiaro il suo compito. Fece l’elenco di quali erano le sue virtù che voleva trasmettermi:

perseveranza
ambizione
personalità
ottimismo
forza
intelligenza
immaginazione

Scrisse l’elenco sul retro di un sacchetto di carta. Erano virtù che aveva dovuto scoprire da solo e che sarebbe stato in grado di trasmettermi, franco spese” (p. 130).

In effetti, il ritratto del padre che poco a poco William va a scoprire, mettendo insieme le varie tappe della sua vita, più o meno fantastiche (in controluce, talvolta, è possibile intravedere dietro il “mito” di sé diffuso da Edward con le sue storie le tappe concrete della sua esistenza), è quello di un uomo con queste qualità, e in più calmo, gentile con tutti, sicuro di sé e dotato di grande senso dell’umorismo.
E, alla fine, William conclude che la malattia del padre è “il biglietto per un luogo migliore”: il mondo ha perso la magia che aveva quando Edward lo attrarversava, “niente più giganti, niente più occhi di vetro onniveggenti, niente più fanciulle del fiume a cui salvare la vita e che poi tornavano per salvare la sua” (p. 173): ed è così che i due scappano dall’ospedale dove Edward sembrava destinato a finire i suoi giorni, raggiungono un fiume (l’acqua è sempre stata l’elemento in cui Edward si è trovato più a suo agio), il figlio prende in braccio il padre e si immergono. “Poi tutto quello che mi ritrovo fra le mani è la coperta, perché mio padre è saltato nel fiume. Ora scopro che dopo tutto mio padre non stava affatto morendo. Stava solo cambiando, si stava trasformando in qualcosa di nuovo, di diverso per continuare a vivere. In tutto questo tempo mio padre si stava trasformando in un pesce” (p. 187).
Ripeto, il libro non mi ha entusiasmato (neanche 200 pagine, e scritte grandi, il film era meglio), ma la scrittura tenera, dolce, sognante, quasi “da favola”, ingenua, di cui ho dato un po’ un saggio, è uno dei suoi maggiori pregi.

Daniel Wallace, Big Fish (trad. Silvia Lalia), voto = 2,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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