Resti di umanità

L’ultima lettura è stata un saggio dell’antropologo Adriano Favole, Resti di umanità, del quale, forse, avevo sentito parlare da una recensione del supplemento TTL della Stampa anni e anni fa.
Finalmente una scelta azzeccata, dopo alcuni libri un po’ deludenti, perché si è rivelato interessante, soprattutto nella prima parte, e non troppo arduo da seguire, come temevo.
Il tema affrontato, che potrebbe risultare un po’ macabro, è che cosa è, nelle varie società umane, del corpo dopo la morte: per l’autore, il fatto che quasi mai l’uomo nella storia ha scelto di abbandonare i corpi morti alla putrefazione come fossero semplici rifiuti organici è un segno del tentativo, in ultima analisi pur sempre illusorio ma la cui necessità è profondamente radicata nella natura umana, di attuare un estremo intervento “culturale” sul corpo, e non lasciarlo al suo destino “biologico”: e allora l’evento sconvolgente della putrefazione viene “controllato” mediante vari espedienti, evitandola (cremazione, cannibalismo funebre), accelerandola (esponendo il corpo agli agenti atmosferici), occultandola (inumazione), rallentandola (imbalsamazione, il make-up dei cadaveri in uso soprattutto negli Stati Uniti), o bloccandola (mummificazione, criogenizzazione).
È affascinante l’abilità con cui l’autore si muove in contesti storici e geografici differenti, portando il lettore dalle nostre società occidentali a quelle oceaniane, dall’antica Roma all’Europa medievale.
La seconda parte del libro è dedicata non più al destino del cadavere, ma alle “reliquie”, parti del corpo, e l’indagine tocca il mondo affascinante delle reliquie cristiane, dal Medioevo a oggi, ma anche le reliquie che i gruppi etnici dell’Oceania più familiari all’autore (vorrei essere più precisa, ma i nomi sono veramente tanti e i posti minuscole isole sperdute nell’Oceano Pacifico) conservavano degli antenati, ma anche dei nemici uccisi. Con un intelligente parallelismo l’Autore poi passa a trattare delle “reliquie” che gli esploratori e gli antropologi a cavallo tra XIX e XX secolo conservavano dei loro viaggi, comprese teste e parti del corpo degli indigeni, che stavolta non erano preziose per il loro valore religioso o sacrale ma “scientifico”: tanto è vero che, se l’Occidente accusava queste popolazioni, spesso sulla base di informazioni imprecise, di cannibalismo, potrebbe ben essere più vero l’opposto.
Analizzando anche il tema dei trapianti, di quanto la soglia della morte sembri un fatto assolutamente “biologico” e quindi universale, oggettivo, mentre in definitiva sia una scelta “culturale” (qual è il momento della morte? quando un individuo si può dire morto?), l’Autore si collega anche inconsapevolmente (il libro è stato scritto nel 2003) alla più scottante attualità.

Adriano Favole, Resti di umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte, voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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